Si sta cercando di convincere Saleh ad andare in esilio per completare la transizione democratica del Paese. E tra le destinazioni, ha rifiutato l'Italia "per timore di essere colpito dalla magistratura italiana e giudicato" per la repressione compiuta dalle sue forze di sicurezza contro i manifestanti durante la primavera araba in Yemen.

L’ex presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh, avrebbe detto di no alla possibilità di esilio in Italia, per timore di essere perseguito dalla magistratura. E’ in corso infatti una frenetica attività delle forze politiche yemenite per convincere il deposto presidente a lasciare il suo paese prima dell’avvio dei colloqui per il dialogo nazionale tra le forze del paese. Secondo quanto riferisce una fonte al giornale arabo “al Sharq al Awsat”, si cerca di convincere Saleh a trovare esilio in uno dei paesi arabi del Golfo, in modo da completare il processo di transizione democratica del paese, messo a rischio proprio dalla sua ingombrante presenza nella scena politica nazionale.

La soluzione di un paese del Golfo sarebbe stata scelta dopo il netto rifiuto di Saleh di trasferirsi in Italia, nonostante a detta del quotidiano “avesse già ottenuto il visto d’ingresso, per timore di essere colpito dalla magistratura italiana e giudicato” per la repressione compiuta dalle sue forze di sicurezza contro i manifestanti durante la primavera araba in Yemen. La fonte aggiunge inoltre di “temere di essere ucciso in un paese dove sono attivi i clan mafiosi” anche se l’ex presidente “ha necessità di essere trasferito in un paese dove possa essere sottoposto ad una serie di interventi chirurgici necessari”. Saleh avrebbe ricevuto offerte di ospitalità da parte di alcuni paesi arabi del Golfo e si ritiene che questa sia l’ipotesi più gradita al capo di stato.

Già da mesi le autorità yemenite stavano studiando la possibilità di esiliare in Italia, seppure in via temporanea, il deposto presidente Saleh, che ad un anno dalle dimissioni continua a controllare buona parte delle istituzioni di Sana’a. Secondo quanto rivelva il sito d’intelligence egiziano “al Asrar al Askariya”, il 15 dicembre scorso, “un ufficiale militare yemenita stava effettuando una visita in Italia per studiare la possibilità di trovare a Roma il luogo d’esilio temporaneo per il deposto presidente Saleh”. Ad un anno dagli accordi di Riad, voluti dal Consiglio di cooperazione del Golfo e attraverso i quali si dato il via al processo di transizione verso la democrazia nello Yemen, la presenza di Saleh in patria risulta essere molto ingombrante per il nuovo corso yemenita.

L’ex presidente controllava ancora ampi settori degli apparati dello Stato, mentre il dialogo tra le forze politiche nazionali stenta a decollare. Saleh infatti, pur essendosi dimesso poco dopo gli accordi di Riad lasciando il potere al suo vice, Abde Rabbo Mansur Hadi, resta tuttora il leader del partito del Congresso, al governo, e i suoi figli fino a poche settimane fa controllavano ancora interi battaglioni dell’esercito yemenita. Quello della continua presenza dell’ex presidente sulla scena politica non è però l’unico problema. Il paese è dilaniato dalle divisioni tribali e dalla presenza di nuovi gruppi che controllano parte del territorio e rivendicano l’indipendenza.

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