Falstaff di Giuseppe Verdi è una delle quattro grandi commedie in musica del XIX secolo. L’ho studiata e vista varie volte, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa e pure nel corso di un viaggio in Estremo Oriente. Questa è la terza volta che la ascolto e vedo al Teatro alla Scala. Su Falstaff, come sulle altre tre maggiori commedie in musica dell’Ottocento (Il Barbiere di Siviglia di Rossini, Le Nozze di Figaro di Mozart, e I Maestri Cantori di Norimberga di Wagner)  grava una maledizione: registi e direttori d’orchestra le prendono spesso alla stregua di farse, accentuando i lati buffoneschi, affrettando i tempi e dimenticando che si tratta di riflessioni ironiche, ma anche amare, sulla vita, sui rapporti di coppia, sui cambiamenti in società in transizione.

Ricordo con gioia l’allestimento scaligero del 1967 (ero studente a Bologna) in cui la bacchetta di Antonino Votto, la regia di Margherita Walmann e le scene ed i costumi di Filippo Sanjust, trovavano il tono e la tinta musicale giusta. Non ho apprezzato l’allestimento padano (perché spostare l’azione, così British nella Bassa di Peppone e Don Camillo?) di Strehler che dal 1980 ha dominato La Scala concertato da Maazel e da Muti; era a livello di commedia comica e la sera che l’ho ascoltato Muti trattava i tempi come se fosse alla prese con un film dei fratelli Max. Non credo che esista un disco della lettura di Muti.

A mio avviso, il tocco esatto è quello dato da Carlo Maria Giulini nella favolosa edizione del 1982, coprodotta dall’opera di Los Angeles, il Covent Garden ed il Maggio Musicale Fiorentino. Perché questa premessa? L’edizione Harding-Carsen (in scena alla Scala del 15 gennaio al 12 febbraio), coprodotta dal teatro milanese con Londra e Toronto, ricorda quel meraviglioso spettacolo. Ed in più vi aggiunge una carica di eros. Non dimentichiamo che il ‘melodramma verdiano’ aveva ucciso l’opera ‘erotica’ nostrana (ultimo esempio Le Conte Ory di Rossini) pur avendo forti accenti carnali in La Traviata e Un Ballo in Maschera. Esattamente nove giorni prima del debutto scaligero di Falstaff (9 febbraio 1893) al Teatro Regio di Torino Manon Lescaut di Puccini aveva riportato l’eros prepotentemente in scena. Ed in Falstaff, l’ottuagenario Verdi riflette con serenità sui ricordi erotici del ‘pancione’ protagonista, sull’eros fatto di tradimenti dei una coppia ormai logorata (Alice e Ford), sull’eros preteso ma inattuabile del Dr. Cajus, sull’eros fortissimo ed innocentissimo dei giovani Fenton e Nannette cercano ogni occasione per fare l’amore (anche sotto un tavolo), con la copertura compiaciuta delle ‘comari’.

L’azione è spostata nella Gran Bretagna dei perbenisti (ma anche sporcaccioni) Anni Cinquanta; nella seconda scena pare di essere da Simpson’s-on-the-Strand (notissimo ristorante di Londra accanto al Savyo); raffinati i costumi delle signore. E’ una Gran Bretagna in mutamento sociale: l’aristocratico Sir John Falstaff va a caccia (ma ha le tasche vuote e non paga i conti all’osteria) ed è circondato da una nuova borghesia emergente, ricca ed anche un po’ cafona.

E’ un allestimento che non piacerà ai nostalgici di Strehler-Muti. A Vienna è da anni in scena un Falstaff ambientato negli Anni Sessanta. Se vogliamo portare nuovo pubblico all’opera, occorre mostrare la modernità e l’attualità del genere. Specialmente se si è alle prese con commedie.

Più importante della messa in scena è la tinta musicale. Daniel Harding metabolizza che in Falstaff, più che nelle opere precedenti, la musica corrisponde in maniera precisa all’elemento verbale. Ritrovando forme antiche (la polifonia, la fuga), Verdi precede il Novecento, specialmente quello tedesco e moravo, nel ‘chiacchierar cantando’; non si perde una parola nel ‘ciacolar delle comari’ alla sinistra del palcoscenico e nel ‘macchinar parlando’ dei loro uomini alla destra. Inoltre, anche se la tonalità dominante è il ‘Do’, Harding tiene largo il braccio sinistro e veloce la bacchetta sul destro, accentuando così i momenti di lirismo e di malizia erotica, nonché evitando di scendere nel buffonesco. Lo assecondano bene l’orchestra ed il cast. Quanti Falstaff sono stati sciupati da orchestre non all’altezza e non in grado di entrare nelle raffinatezze della partitura! Ambrogio Maestri è forse il miglior ‘Falstaff’ su piazza; ottime le comari (Carmen Giannattasio, Daniela Barcellona, Laura Polverelli); deliziosi i giovani innamorati (Francesco Demuro, Irina Lungu); nel numero gruppo maschile spicca Fabio Capitanucci (Ford), ma danno buona prova Carlo Bosi, Riccardo Botta, Alessandro Guerzoni, i caratteristi minori ed il coro. Tranne qualche nostalgico, il pubblico ha reagito con lunghi applausi alla compagnia ed all’orchestra ed ovazioni a Harding e Maestri.

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