E’ iniziata ufficialmente il 4 gennaio la corsa alla poltrona di Direttore Generale del Wto (secondo l’acronimo inglese) o Omc (secondo quello francese o italiano, ma da noi la stampa utilizza principalmente la sigla anglosassone): l’Organizzazione Mondiale del Commercio. L’attuale inquilino del Palazzone Tardo-Corporativo (creato per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, Oil, da decenni in uffici più moderni anche se non adagiati sul Lago Lemano), Pascal Lamy, termina il proprio mandato il 31 Dicembre 2013 dopo dieci anni in un magnifico salone che, sovrastando il Parco Mon Répos (nomen omen) guarda il Lago. Tornerà a Parigi, alla corte di François Hollande: Lamy è stato prima il segretario e poi il capo di Gabinetto di Jacques Delors.

La procedura di selezione è lunga: il 31 dicembre 2012 era la scadenza per la presentazione delle candidature. Dei nove canditati, uno viene “dagli antipodi” (Nuova Zelanda), gli altri Paesi “emergenti” (sempre che si possano considerare ancora tali la Corea ed il Messico), tre sono donne. Molte cose sono cambiate da quando a 25 anni, intrufolatomi nella delegazione italiana per avere pubblicato un paio di saggi in materia di commercio internazionale, frequentavo, ai tempi del Kennedy Round dei negoziati multilateri sugli scambi, la bucolica Villa Le Bocage, allora sede del Gatt, progenitore del Wto-Omc, a poche centinaia di metri dal Palazzone attuale. Senza vista sul lago ma accanto all’orto botanico ginevrino.

Allora, l’organizzazione era guidata da Sir Eric Wyndham White, un raffinato avvocato britannico con buone conoscenze di economia; le riunioni di lavoro finivano a notte alte, e per non lasciare Sir Eric solo a bere, erano abbondantemente innaffiate da brandy & soda; le delegazioni erano poco più di una quarantina; rari i ‘delegati’ di genere femminile; imperversavano grisaglia e fumo di Londra. Qualche volta, alla fine delle lunghe notte ginevrina, scattava qualche idea brillante – quale quella delle riduzioni lineari dei dazi sui manufatti e sui semi-manufatti – che avrebbe dato una vera svolta ad un negoziato che pareva sull’orlo del fallimento. E che nel 1967 ha permesso la maggiore liberalizzazione multilaterale degli scambi di manufatti e semi-manufatti mai realizzata.

I due principi di base del Wto-Omc sono gli stessi del Gatt: a) reciprocità e b) non discriminazione. Lamy è arrivato subito dopo il lancio della Doha Development Agenda, Dda che, iniziato nel Novembre 2001, avrebbe dovuto portare entro la fine del 2006 una nuova liberalizzazione degli scambi con un’attenzione particolare ai Paesi in via di sviluppo. I risultati sono stati pressoché nulli; al contrario negli ultimi dieci anni è stata messa in atto una ragnatela di accordi commerciali bilaterali (circa 300) antitetici alla filosofia di fondo del Wto-Omc.

Se un errore può imputarsi al 65nne Lamy (lo ricordo quando era l’enfant prodige del cattosocialismo francese), e ai ministri che si riuniscono periodicamente per monitorare il progresso della Dda è non avere metabolizzato che per attuare i due principi di base (reciprocità e non discriminazione) in un’organizzazione con 160 Stati membri ed una ventina di osservatori, è necessaria una strategia molto differente da quella di Sir Eric Wyndham White. Anche perché il brandy & soda non lo beve quasi più nessuno.

Occorre favorire aggregazioni regionali e trattative tra tali ‘grandi mercati comuni’ come alternativa alla ragnatela di accordi bilaterali, spesso distorsivi. Occorre ampliare accordi come il Nafta (la zona di libero scambio nord-americana), favorire la nascita del Ttp (in corso di negoziato), e riprendere il progetto di una zona di libero scambio atlantica .

Nel 1967, credevamo in un commercio più libero per un mondo più libero. Nel 2013 un commercio più libero è elemento essenziale per uscire da una recessione che in alcune aree del mondo minaccia di diventare depressione. Uno dei Nove dovrà farlo.

 

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