L’auspicio e’ che adesso Pier Luigi Bersani acceleri il processo, avviato nel 2010, di adesione de facto del Pd nel Partito Socialista Europeo, nel socialismo europeo, in vista delle elezioni europee del 2014. Restare ancora ‘in mezzo al guado’, cavarsela con il far parte del Gruppo ‘Socialistti e Democratici’ (S&D) del Parlamento Europeo, non basta piu’, e’ del tutto insufficiente rispetto alla sfida culturale e politica aperta in Europa. Puo’ e deve farlo ‘senza se e senza ma’, tirandosi dietro anche Sel, con cui ha stretto l’alleanza di centro-sinistra. Fortunatamente non si e’ realizzato l’auspicio di Alfredo Reichlin su l’Unita’: “Il Pd deve vincere come la Dc nel’48″, in nome dell’Europa. E’ stata una gran fortuna per la democrazia e per la laicita’ dello Stato che, pur se quotidianamente calpestata e offesa, con appelli al catto-comunismo, da una certa intellighentia di sinistra cresciuta ed impastata nella ‘doppiezza togliattiana’, resta comunque viva nel Paese. Ora Bersani e Vendola debbono evitare il rischio della trappola di ‘un governo di unita’ nazionale’, in nome dell’Europa. Altra idea sibillina – come il Fronte Popolare del ’48 – di Palmiro Togliatti, nota come ‘la svolta’ di Salerno del ’44, cioe’ ‘il governissimo’ con il generale Badoglio, imposta da Stalin contrario all’espansione delle democrazie in Occidente. Una  prassi che si e’ riproposta nel 1976 quando il Pci, in nome dell’emergenza-terrorismo e della ‘fermezza’ – era l’epoca del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro – diede vita al ‘governo di unita’ nazionale’ presieduto dal Dc, Giulio Andreotti, salvo ricredersi dopo il crollo elettorale, con la seconda ‘svolta’ di Salerno in direzione dell’alternativa democratica nel 1979. E’ da mettere in soffitta definitivamente la prassi della ‘via italiana al socialismo’ di Togliatti: ossia, ‘l’adattamento’ alle circostanze che, di volta in volta, si prendono a riferimento per non fare scelte, anche radicali, di cambiamento: a prevalere non dev’essere ‘il principio del partito’, quel che e’ piu’ conveniente al ‘partito’, ma l’interesse dell’elettorato e del popolo. Proprio qui sta la grossa differenza con il ‘socialismo liberale’, con una certa cultura ‘socialista’ liberale e riformista: ‘il principio’ deve essere il perseguimento del socialismo, e non quindi del partito. A prevalere dev’essere il popolo-lavoratore‘, la povera gente. Il Fronte Popolare del ’48 perse perche’ con quella scelta, dettata dalle circostanze, la Liberazione, veniva resa inesistente qualsiasi ‘identita’ socialista’, qualsiasi richiamo ai valori del socialismo liberale, come liberta’ e uguaglianza, laicita’ e giustizia sociale, che non avevano spazio nel comunsimo anche se Togliatti parlava di ‘via italiana al socialismo’, facendone antesignano Antonio Gramsci. Il risultato di quell’alleanza fu un enorme travaso di voti dal Psi al Pci, spesi non gia’ per costruire un’alternativa alla Dc, quanto per mantenere lo staus quo con pratiche di consociativismo e compromesso: prassi proseguita anche dopo il crollo del Muro di Berlino. Bersani puo’ cambiare, anzi stravolgere la storia, a patto di non seguire il percorso di Reichlin. Per costui ‘Il Pd deve vincere come la Dc nel ’48’, era necessario in quanto “in quel momento storico la Dc garantiva l’occidentalizzazione dell’Italia e la pace civile. Io c’ero ma il ‘soviettismo’ di noi comunisti alludeva a un’altra storia e non dava allora questa fondamentale garanzia”. Oggi lo scenario di Reichlin non c’e’ piu’ e il nuovo Pd di Bersani puo’, stando dentro il Pse, partecipare alla sfida del 2014 per un’Europa diversa dall’attuale che assomiglia molro a quella a suo tempo edificata anche da Alcide De Gasperi!

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