Lasciamo stare chi vincerà le elezioni. Quello che sta cedendo è un sistema, un ciclo. Siamo di fronte allo scollamento tra la vita reale, produttiva e lavorativa, e la classe dirigente. Chissà quante storie ciascuno di noi può raccontare, di situazioni in cui il funzionario pubblico è competente, ma non è spalleggiato dai vertici politici, e di altre situazioni dove, invece, a fronte di qualche raro assessore illuminato, tocca scontrarsi con funzionari di cui a fatica ci si spiega la carica ricoperta. Le vie del voto di scambio sono infinite e il paese è ormai una groviera. Scavato dall’interno da corruzione e qualunquismo. Tant’è. 
Anche se l’Italia non dovesse farcela, perché va conclusa la corsa senza controllo sbattendo forte contro il fondo, sono certo che ce la faranno gli Italiani. E ne sono tanto più convinto dopo aver letto il libro, stupendo, di Renato Cantore “Il castello sull’Hudson” – Edizioni Rubbettino. Il libro racconta una storia di emigrazione. Di una famiglia i Paternò, che negli Usa diventeranno Paterno, e in particolare del loro più illustre rappresentante, quel Charles Paterno che divenne uno dei più importanti costruttori (builder) di New York negli anni 20 e 30 del secolo scorso. 
Le parole chiave, attorno cui ruota questa storia vera e straordinaria, frutto di quel genio e di quella pervicacia tutta italiana che solo nella fame sappiamo riscoprire, non sono solo emigrazione e cemento. C’è una storia nella storia che mi ha colpito tantissimo e che vi voglio riassumere, sicuro di non far torto all’autore e ai lettori del libro che mi auguro siano numerosi.
 E’ la storia di Saverio Paterno, il fratello maggiore di Charles. Il primogenito di Giovanni il patriarca della famiglia che sfidò l’oceano per primo dopo aver portato la famiglia dalla Sicilia in Basilicata, a Castelmezzano. 
Saverio Paterno non è tagliato per essere un costruttore come il padre, non è tagliato per farsi borghese, per amministrare. Ma ha dentro lo spirito della famiglia, è, a suo modo, un self made man. Lavora in un circo, si ficca nei guai, gira l’America dell’ East Coast ma anche quella meridionale. Finisce in Inghilterra, protagonista, suo malgrado, di viaggi sempre molto caramboleschi. A meno di trent’anni, Saverio Paterno conosce quattro lingue, ha girato il mondo più di Cristoforo Colombo e di Marco Polo e ha conosciuto tutto della vita: polvere, denaro, gloria, successo, amore, sangue. Sarà Saverio ad accompagnare il padre Giovanni, malato, a morire a Castelmezzano. E a Castelmezzano Saverio si stabilirà con la sua giovane moglie inglese che sfiderà, lei che abituata alla Londra dei tram e dell’elettricità, l’angusta ostilità di un paesino di montagna dove il dialetto è fatto di parole che sono pezzi di rocce franate a valle. E lei Minnie Rose si conquisterà il suo spazio dimostrando di essere brava in cucina come tutti gli emigrati, i nuovi in un nuovo posto. Nella perfetta tradizione italiana all’estero. E così come in “Chocolat”, in “Il vento fa il suo giro”, attraverso il cibo e la manualità che restituisce all’uomo il prodotto della terra lavorato dal calore della cottura la famiglia Paterno, quella costola che dopo essere emigrata fa ritorno al paese costruisce il suo percorso di emancipazione. Già, perché Saverio diventa una sorta di centro di collocamento. Un potente concentratore di richieste da parte di tutti coloro che dalla Basilicata volevano andare in America alla ricerca della loro realizzazione. E chi meglio di Saverio poteva dischiudere ai paesani ignoranti del mondo, la vita del nuovo Mondo e più in senso lato la vita stessa? 
Ecco perché gli Italiani ce la faranno. Perché tra di loro ci sarà sempre un paisà che avrà il coraggio di andare fuori. Di esplorare nuovi mondi. Di diventare cittadino di qualsiasi ovunque e di qualunque altrove. Pronto poi, nel dispiegarsi del proprio percorso esperienziale, a fare ritorno alla radice, sotto il proprio bagolaro, sotto la propria Montagna, rigemmando nelle opportunità altrui. 
Ecco perché è straordinario il volume di Renato Cantore. Perché quella dei Paterno è una di quelle storie che si colorano di così tanti sapori e sfumature da sembrare leggende. Quelle storie che sconfinano nell’epica, che sanno appannare gli occhi di chi le legge se solo dietro quegli occhi c’è ancora un barlume, una piccola fiammella pilota pronta a riaccendere la fiamma della vita vera che sa cogliere come un surfista, l’onda lunga della storia.

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