Forse perché della fatal quite tu sei l’imago a me si cara vieni o sera. Così il poeta che vide della sua vita l’alba farsi a Zacinto. Ma se anche la sua Zacinto guardava a Oriente, avendo consuetudine con la luce che si allungava facendosi, ora semplice sorriso, quindi caloroso abbraccio capace di rilasciare l’energia della vita attraverso i meltemi che sono di zefiro gli emissari tra quelle isole, egli, il poeta della vita parlò tutta la vita raccontando dei cipressi che sentinelle sono della sacertà di morte. Evocando quel senso della fine che, la sera appunto, ogni giorno incontra sotto le spoglie dell’effimera quotidianità.
Quanto è simile questo tempo a quel tempo che fu del poeta di Zacinto. Conferma ovvia della verità della poesia che è verità dettata dall’animo trafitto dal presente destinato al futuro eterno. Di tutto quell’infinito a cui tutti siamo destinati. Quanto è simile lo smarrimento di fronte all’incapacità degli uomini di rinnovarsi che suggeriva al poeta il rifugiarsi nella pace della fine, con lo smarrimento dei moderni fatti ancor più poveri dalla loro mancanza di farsi poeti. Che tentano invece la strada corta, quella della modernità. Cos’è l’ora legale se non il tentativo, meschino, dell’uomo dell’Occidente di darsi un’ora di luce in più provando a sfuggire, vigliacco, alla tenebra che da Occidente si allunga verso di lui incapace ormai di meraviglia di fronte al rarefarsi dell’ocra, là, dietro Stromboli.
E’ Aprile il mese in cui tutto si compie. L’anticiclone delle Azzorre è timido e il Nord, che tra i cardinali è il peggior punto, al Mediterraneo manda aria umida che dell’anticiclone ha la meglio. Tra quelle isole, cui l’eterno volle la mitezza del clima tutto l’anno, non rimane che accogliere l’alito di scirocco che fa estate taluni tramonti di primavera. Troppo presto. Come l’arrivo della dolce pace eterna. E’ d’Aprile che si muore con un ultimo alito di scirocco.

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