Franco Frattini è fiducioso sul buon senso delle forze politiche, quelle consolidate, che sono all’interno del Parlamento italiano. È ottimista sul fatto che la mozione di ritiro anticipato delle truppe italiane da Kabul non avrà nessuna chance e che resta la solita proposta di un settore della sinistra radicale. In conversazione con Formiche.net, il presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (Sioi) e della Fondazione De Gasperi, già Commissario Ue e ministro degli Esteri e oggi candidato unico dell’Italia alla segreteria generale della NATO, ha detto che la presentazione di questa richiesta oggi è assolutamente fuori tempo perché il ritiro è programmato dall’Alleanza.

– Che cosa pensa della mozione per il ritiro delle truppe italiane da Kabul? Rappresenta una regressione del ruolo dell’Italia a livello internazionale o fa parte dei cambiamenti (anche in progress) della politica estera italiana?

Quella mozione è stata presentata anche in altre occasioni dalle forze politiche del Parlamento italiano. Non è la prima volta che si discute di questo. La mozione di ritiro è l’espressione di una cultura politico-istituzionale che non considera importante il ruolo dell’Italia come attore nel quadro della Nato e degli impegni internazionale per la sicurezza. Invece, l’Italia è importante. Tra l’altro, è un momento del tutto inappropriato perché la Nato ha già deciso il programma di rientro delle truppe combattenti, senza possibilità di rinvio, entro il 2014. Questa fase è assolutamente delicata perché adesso si sta valutando quale sarà il ruolo della Nato in Afghanistan per contribuire alla stabilizzazione.

Proporre il ritiro anticipato è sbagliato due volte: perché mette l’Italia in una posizione di retroguardia quando, invece, abbiamo contribuito in modo assolutamente decisivo; e perché si inserisce in una fase in cui con i nostri alleati abbiamo definito come e quando si deve fare il ritiro. Sono certo che le grandi forze politiche del Parlamento contrasteranno questa mozione che è l’espressione di una estrema sinistra che queste cose le ha sempre dette. Non è una novità.

– La richiesta fa parte di una ricerca di nuova identità della sinistra? O potrebbe trattarsi di un’evidente mancanza di esperienza che si ricopre di retorica?

C’è una conoscenza poco approfondita della questione Afghanistan che è estremamente complessa e che deve essere affrontata per la stabilizzazione. Il pericolo più grande è che con il ritiro delle truppe i talebani possano riprendere il controllo e noi avremo sprecato 10 anni e tante vite umane in modo inutile. Ecco perché non possiamo permetterci di fallire in questa fase delicata. Si deve stabilizzare un governo afgano, stabilizzare le istituzioni. Impedire che il “medioevo dei talebani” possa riprendere il controllo in diverse regioni.

– Questa mozione compromette la partecipazione dell’Italia al Patto Atlantico? E se è così, quali sono i rischi?

Sarebbe una decisione totalmente in contrasto con gli impegni dell’Italia. Non credo abbia molte chance. L’Italia è impegnata da sempre in un quadro di sicurezza Atlantica. Non si tratta solo dell’Afghanistan ma anche della nostra sicurezza. Noi siamo lì non solo per il popolo afgano ma anche per la nostra sicurezza. I terroristi quando non vengo sconfitti, prima o poi, vengono a colpire anche casa nostra.

– Come valuta la richiesta di sospensione degli F35? Tecnicamente si può fare?

Il governo italiano ha già ridotto il numero degli aeroplani che sono stati ordinati. Prima erano una quantità molto maggiore. Credo che il ministro Giampaolo Di Paola abbia correttamente risposto dicendo che erano già state fatte riduzioni forti. Ma quel contingente di aeroplani è indispensabile per un sistema di difesa nazionale. Un’altra cosa che non viene presa in considerazione da quelli che, senza conoscere gli elementi, parlano di riduzione o di eliminazione di questo importante contratto è che l’assemblaggio dei pezzi di questi aeroplani si fa in gran parte in territorio italiano. La domanda è quante famiglie di lavoratori perderebbero il lavoro se questa commessa fosse cancellata? Quale impatto avrebbe nel nord del nostro paese?

– Nel riformulare una nuova politica estera italiana, quali dovrebbero essere le priorità?

Penso che la politica estera italiana debba lavorare sulla base di una continuità. Non deve cambiare rotta radicalmente. Abbiamo sempre sostenuto che i due pilastri della politica estera dell’Italia sono l’Europa e il sistema euro-atlantico. Un maggiore ruolo dell’Italia in Europa e più Europa come attore politico. L’Europa non può essere soltanto l’euro e i mercati; deve parlare con una sola voce nella politica estera e avere una politica di difesa e di sicurezza comune. L’altro pilastro è quello della collaborazione euro-atlantica che vuole dire continuare la storia e la tradizione che da decenni ci vede collaborare strettamente con gli Stati Uniti in un quadro condiviso. Le grandi sfide del mondo si giocano in gran parte nel Mediterraneo, per la stabilità e la pace del Medio Oriente, per la crescita sostenibile dell’Africa. Non penso che il prossimo governo possa deviare questa linea.

– Qualche consiglio per gestire la crisi dei marò?

Gli errori sono stati iniziali. Noi conoscevamo i pericoli. Avevo detto con grande chiarezza che in mancanza di una regola di ingaggio non ero d’accordo con l’impiego di militari a bordo delle navi commerciali e che le navi commerciali potevano utilizzare, anche se sono più costosi, i contractors privati per proteggere le navi. Poi si è deciso di utilizzare i militari. Avevo lasciato delle note di perplessità quando sono andato via ma penso che non sono state considerate appropriatamente o qualcosa non ha funzionato. Credo che l’altra cosa che si doveva fare immediatamente era coinvolgere l’Unione europea da parte del ministero degli Esteri. C’era e c’è un problema ed è che l’India non riconosce una convenzione internazionale che garantisce ai militari l’immunità dalla giurisdizione. Questo è un problema di tutela che dovevamo porre all’Unione europea. Ci sono questioni che meriterebbero accertamenti che il prossimo governo dovrà condurre.

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