I derivati continuano a giocare brutti scherzi alle banche. Volendo mettere da parte i casi estremi come quello del Monte dei Paschi di Siena, in cui ad avere acceso un faro sull’uso di questi strumenti è stata niente meno che la magistratura, è difficile non notare come il Fisco stia andando avanti a battere cassa per alcune operazioni, per lo più in derivati, che gli istituti di credito hanno messo in atto attraverso le proprie divisioni di investment banking negli anni d’oro della finanza.

Popolare di Milano, 100 milioni contestati ad Akros

L’ultima in ordine di tempo a essere stata vittima di questo giro di vite dell’Agenzia delle entrate è la Popolare di Milano, alla cui controllata dell’investment banking Akros, all’inizio del mese di maggio, la Guardia di finanza ha chiesto più di 100 milioni di euro. In altri termini, più di un quinto dell’ammontare dell’aumento di capitale, per l’appunto pari a 500 milioni, che Bpm conta di avviare dopo l’estate per rimborsare i vecchi Tremonti bond. Come fa sapere la relazione all’ultima trimestrale della banca di Piazza Meda guidata dall’amministratore delegato Piero Montani, “in data 9 maggio 2013, la Guardia di Finanza ha notificato a Banca Akros un processo verbale di constatazione con il quale ha contestato alcune operazioni finanziarie poste in essere negli esercizi 2008, 2009 e 2010, nell’ambito della propria attività di market making su strumenti finanziari derivati su titoli azionari negoziati in Borsa in Italia”. In particolare, aggiunge il documento, “i verificatori, in base alla pretesa riqualificazione di tali operazioni quali pronti contro termine (o prestito titoli)” hanno contestato “la presunta omessa applicazione di ritenute di ammontare pari a circa 93.083.000 euro, al netto delle eventuali sanzioni e interessi” e “hanno evidenziato una maggiore base imponibile Irap cui si assocerebbe una maggiore imposta pari a circa 7.862.210 euro, al netto delle eventuali sanzioni e interessi”. Tuttavia, Banca Popolare di Milano respinge al mittente le contestazioni, formulate sulla base dell’applicazione del cosiddetto “abuso di diritto”, e, bollandole come “prive di fondamento”, annuncia che, “nella convinzione della legittimità della propria condotta, Banca Akros farà valere le proprie ragioni in ogni competente sede, anche alla luce dei principi previsti dallo Statuto dei diritti del contribuente”.

Banco Popolare, per Aletti mina fiscale da oltre 480 milioni

E’ ancora più alta l’asticella per Aletti, la controllata del Banco Popolare attiva nell’investment banking, a cui il Fisco, complessivamente, chiede addirittura più di 480 milioni di euro. Anche in questo caso a fare chiarezza è la relazione relativa all’ultima trimestrale, dove si legge: “In data 21 febbraio si è conclusa la verifica avviata nel mese di febbraio 2011 dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza nei confronti di Banca Aletti. La verifica ha riguardato le operazioni di single stock future (contratti derivati quotati che assumono come valore di riferimento quello di una singola azione, parimenti quotata) e, in misura residuale, di prestito di titoli azionari compiute negli anni dal 2005 al 2009, vale a dire quell’operatività connessa ai titoli azionari che rientra nell’attività tipica dell’investment banking. Gli esiti della verifica sono stati trasfusi in due processi verbali di constatazione”.

A seguito del primo processo verbale, notificato nel 2011 e relativo al solo 2006, la Direzione Regionale delle Lombardia ha notificato ad Aletti due atti impositivi con i quali ha richiesto 17,6 milioni a titolo di ritenute non operate e 26,4 milioni a titolo di sanzioni, oltre interessi. La banca, dal canto suo, “a soli scopi deflattivi” e “pur nella convinzione dell’infondatezza delle pretese erariali, ha esperito un tentativo di adesione, non andato a buon fine a causa della mancata chiusura della verifica da parte della Guardia di Finanza. Conseguentemente – aggiunge la relazione trimestrale – la banca ha proposto ricorso innanzi la commissione tributaria provinciale di Milano e, terminate finalmente le operazioni di verifica, ha instaurato la procedura di conciliazione giudiziale”.

Ma il grosso delle richieste fiscali sta nel secondo processo verbale di constatazione, notificato il 21 febbraio 2013 e relativo agli anni dal 2005 al 2009. In questo caso, spiega la relazione, “qualora i rilievi mossi fossero fatti propri dalla Direzione Regionale delle Lombardia, cui compete il vaglio dell’atto istruttorio della Guardia di Finanzia e l’emissione degli eventuali atti impositivi, la pretesa tributaria potrebbe essere quantificata in 283 milioni di euro a titolo di ritenute omesse, 42,5 milioni a titolo di Ires e Irap e 114,7 milioni a titolo di crediti non spettanti per imposte assolte all’estero oltre alle eventuali sanzioni ed agli interessi”.

Considerando il primo e il secondo processo verbale di constatazione, quindi, il Fisco sta tentando con Banca Aletti di battere cassa per quasi 490 milioni. Anche in questo caso, però, il gruppo guidato da Pier Francesco Saviotti si dice fiducioso, tant’è che, come recita il documento, “supportati anche da autorevole parere esterno, si ritiene che la passività potenziale emergente dagli atti precedentemente illustrati sia da classificare come possibile ma non probabile”.

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