A cosa serve il taglio del Refi allo 0,50%? Si dice che serva ad aiutare il credito privato. Ma io non lo credo: gli ultimi tagli dei tassi Bce fondamentalmente non hanno né incrementato il credito né tantomeno risolto l’avvitamento della crisi; non vedo come la situazione possa cambiare riducendo di un quarto di punto un tasso che è già stato tagliato di interi punti. La questione è più chiara se si capisce che la crisi corrente è una crisi di solvibilità e avversione al rischio, non di semplice liquidità.

I depositi bancari presso la Bce

Limitandoci a guardare i tassi della Bce, si deve notare che il taglio è stato strutturato per lasciare a zero (cioè, evitando di portare sotto zero) la remunerazione dei depositi delle banche presso la stessa Bce. Questo significa che “ieri” le banche potevano indebitarsi presso la Bce per poi scegliere tra finanziare i privati, acquistare titoli di Stato o parcheggiare i fondi presso la Bce rimettendoci uno 0,75% secco, e la loro scelta ha finora privilegiato la seconda e la terza possibilità. Dopo il taglio, la terza alternativa costa meno, lo 0,50% netto: cosa dovrebbe far pensare possa essere uno stimolo a far prestiti? Va infatti ricordato che i prestiti ai privati sono ben più rischiosi dei titoli di Stato o di un deposito presso la Bce – tanto più in fase di recessione economica, come mostra l’andamento delle sofferenze bancarie – e una limatura del Refi non incide su questo punto. Inoltre la poderosa normativa contabile di Basilea2 sfavorisce, in termini di
requisiti di capitale, il prestito ai privati rispetto alle altre due alternative.

L’afflusso di “denaro caldo” da Usa e Giappone

Grazie alla mossa della Bce i tassi ai privati dovrebbero scendere, e questo dovrebbe essere un aiuto per le imprese, si dice. In realtà i tassi sui mercati finanziari sono in discesa già da mesi, e non grazie a Draghi, bensì all’afflusso massivo di capitali americani e soprattutto giapponesi “in fuga” dalle politiche espansive e “svalutative” delle rispettive Banche centrali. Questo “denaro caldo” si è diffuso su tutto il mercato (ad esempio, da gennaio a inizio maggio il rendimento del Btp ventennale è rimasto piuttosto stabilmente attorno a 3 volte quello dell’analogo Bund), ed in tal modo si è ridotto il benchmark per il mercato interbancario (si veda il calo dei tassi Irs). Questo non ha portato incrementi nel credito ai privati, ma ha solo ridotto il rendimento atteso sui titoli di Stato.

Le possibili conseguenze sullo spread 

Ritengo che quest’ultimo punto riveli le vere motivazioni del taglio del Refi: con rendimenti dei titoli di Stato ridottisi di una trentina o più di basis point, e una crescente quota di debito europeo in mani speculative “esterne”, si prospettano sia problemi di scossoni causati da futuri deflussi del “denaro caldo” (terminate le politiche “svalutative”, i capitali potranno ritornare in patria pure guadagnando sul nuovo tasso di cambio, e questo farà scattare in alto i tassi), che disincentivi per le banche a supportare il debito pubblico europeo (le banche sono tra i massini sottoscrittori di titoli di Stato, soprattutto all’emissione, un po’ per il ruolo di specialist di alcuni istituti ed un po’ per la moral suasion esercitata dalle Banche Centrali).

Il taglio del Refi come incentivo all’acquisto bancario di debito pubblico

Questi due problemi si risolvono esattamente con un taglio del tasso di rifinanziamento delle banche di un quarto di punto, che più o meno restaura la precedente redditività bancaria (molto importante quando l’attività creditizia tipica “soffre” come è evidente oggi), e re-incentiva il mantenimento “in casa” del debito pubblico così da isolarlo dalle turbolenze dei mercati finanziari mondiali.

L’austerità finanziaria

Su quest’ultimo punto, ricordo che in molti auspicano forme di “austerità finanziaria” proprio per favorire la stabilità della gestione dei debiti pubblici europei. Questa lettura mi pare nei fatti più coerente del presunto aiuto al prestito privato.

Leonardo Baggiani (@dottlbaggiani)
www.ideashaveconsequences.org

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