Dormivamo sonni tra due guanciali. Il “tormentone spread” (il “copyright” della locuzione spetta a Renato Brunetta) sembrava finito da quando il governo Enrico Letta è in carica. In effetti, si era quietato qualche settimana prima del giuramento quando i mercati restavano in attesa mentre il Movimento Cinque Stelle (M5S) rispondeva con un secco, ma ben intonato, “Tu no” al ritornello di Pierluigi Bersani “Vengo anch’io”.

L’11 maggio, il finanziere-filosofo George Soros, in pensione dal mondo dei “giochi di denaro” e impegnato a tempo pieno nella fondazione filantropica Open Society, ha sussurrato, con toni sornioni, che la “luna di miele dei mercati con l’Italia non può durare” e che il ballo dello “spread” starebbe per riprendere. L’affermazione merita di essere approfondita.

Perché Soros (a cui vengono, a torto o a ragione, addebitati i forti movimenti di capitali a breve che portarono alla fuoruscita dell’Italia dagli accordi europei sui cambi il tra il 16 ed 17 settembre 1992, e alla forte svalutazione della lira) ha rotto il silenzio l’11 maggio? Non certo perché si trovava su suolo italiano (in quel di Udine) a ritirare un premio intitolato a Tiziano Terzani nell’ambito della manifestazione “Vicino/Lontano”.

Ieri erano in atto due elementi che possono determinare o la riduzione dello “spread” o il suo aumento. Il primo è la missione del Ministro dell’Economia e delle Finanze Fabrizio Saccomanni a Londra e Bruxelles per partecipare al G7, all’Eurogruppo ed all’Ecofin. E’ noto che l’obiettivo del viaggio è convincere i colleghi della stabilità dell’Esecutivo e della qualità di programmi e misure allo scopo di giungere alla chiusura della “procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo”: ciò ridurrebbe lo “spread” e potrebbe anche portare, nelle intenzioni del Governo, a una dilazione dei termini per raggiungere “l’equilibrio strutturale di bilancio” (come già ottenuto da Francia e Spagna). Sotto il profilo di politica interna, questo esito rafforzerebbe il Ministero Letta sul piano interno e soprattutto darebbe più spazio per una politica di bilancio in grado di coniugare rigore con crescita.

Il secondo è rappresentato dall’assemblea del Partito Democratico (Pd) e dalla manifestazione del Popolo della Libertà (Pdl) a Brescia – ambedue improntate a toni così belligeranti da fare dubitare che il “calmante Letta” avrà effetti duraturi. Nell’entourage di Soros (il quale, per quanto “a riposo”, ha ancora la capacità di muovere flussi importanti di fondi da una piazza all’altra), i problemi del Pd sono più preoccupanti di quelli del Pdl perché è, tecnicamente, l’azionista di maggioranza al governo ed alla Camera, ma se si votasse oggi sarebbe il terzo partito del Paese. Le varie correnti, e fazioni, in cui è diviso, ne sono consapevoli. Questa consapevolezza non serve a tentare di ridurre le tensioni interne ma le acuisce perché è in corso un gioco al massacro in cui tutti accusano tutti di avere la responsabilità di avere perso la guida politica del Paese pur avendo, per pochi voti, vinto un enorme “premio di maggioranza” alla Camera. I mercati minacciano di diventare sempre più nervosi man mano che a fronte di provvedimenti poco popolari per parte dell’elettorato Pd in seno all’azionista “di maggioranza” aumenteranno le tensioni, e con esse la tentazione di alcune correnti di abbracciare Sinistra Ecologia e Libertà (Sel) e, se non respinti (come probabile), il M5S.

Quest’ultimo punto merita di essere esaminato con cura. A fronte di una dirigenza politica che, agli occhi di Soros, è logora, il finanziere filantropo non ha mai nascosto una certa simpatia per il M5S che ai suoi occhi potrebbe essere, per l’Italia, una Solidarnosc o una “Charta 77” (i movimenti da lui aiutati in Polonia e Repubblica Cèca) in quanto composto da giovani, coesi e mediamente molto più istruiti soprattutto dei parlamentari Pd. Ciò vuol dire che una danza dello “spread” potrebbe essere macabra per il governo ma non per l’Italia (se accelera il ricambio).

Condividi tramite