Con la trasmissione "le Iene" si torna a parlare (impropriamente) di lobby. non avere norme sulle lobby aiuta una politica impotente. Nel nostro Paese, le lobbies rappresentano una via di fuga per la classe politica: è sempre colpa loro quando la decisione assunta dalla politica non soddisfa i cittadini; è colpa loro se le liberalizzazioni non vengono attuate ecc. Il problema, dunque, non sono le lobbies ma è l’assenza di regole (o la loro disapplicazione) che permettano a questi soggetti di interagire con la politica in modo trasparente, partecipato, uguale per tutti.

Spetta a “Le Iene”, stavolta, far parlare di “lobby”. L’accusa è di quelle pesanti: alcune “multinazionali”, secondo quanto ci racconta il servizio, avrebbero corrotto dei senatori per ottenere in cambio l’approvazione di emendamenti a loro favore. E l’anonimo accusatore intervistato dalla trasmissione di ItaliaUno, precisa: a pagare “sono le cosiddette lobby”.

Chiunque ha un minimo di cultura giuridica o politica sa che, in realtà, il concetto di “lobby” non è sinonimo di “multinazionali”, e sa anche che le lobbies sono portatrici pure di interessi non economici (come possono essere le lobby del WWF o di Amnesty International). E sa che la corruzione non c’entra con le lobbies, tanto è vero che pur in presenza di una legge seria sulle lobbies i fenomeni descritti dal servizio delle Iene si avrebbero comunque.

Tuttavia questo servizio riporta all’attenzione dell’opinione pubblica il tema delle lobbies. Si tratta di qualcosa di ciclico, oramai, direi stagionale: ogni 4 mesi se ne torna a parlare; il presidente di turno propone una regolamentazione; poi la stampa se ne dimentica e con essa l’intera opinione pubblica. Passano 4 mesi, arriva la primavera e, voilà, si riparla di lobby e il gioco continua. Ma le stagioni passano senza che nulla cambi. Come mai?

Molto semplice: non avere norme sulle lobby aiuta una politica impotente. Nel nostro Paese, le lobbies rappresentano una via di fuga per la classe politica: è sempre colpa loro quando la decisione assunta dalla politica non soddisfa i cittadini; è colpa loro se le liberalizzazioni non vengono attuate; colpa loro se il prezzo della benzina sale; colpa loro se la sanità costa di più; colpa loro se pochi pagano quanto deve e molti altri evadono.

Le lobbies sono divenute così un paravento della mancata scelta del politico di turno: poiché non ne conosciamo il nome, il volto e l’operato, non potendole identificare, la politica si è spesso nascosta dietro di loro, trasferendovi il mancato coraggio di compiere certe scelte. E facendo così dimenticare ai cittadini che la responsabilità di una scelta è sempre e solo del politico, e non dei soggetti esterni alla politica che hanno provato ad influenzarlo, poiché è il politico l’unico che può effettivamente scegliere, premendo il pulsante per il sì o per il no.

Da cosa dipende questa anomalia? Da due motivi: da un lato dal fatto che in Italia le numerose norme volte ad assicurare la trasparenza degli interessi dei parlamentari sono disapplicate; dall’altro dal fatto che manca una regolamentazione organica del fenomeno lobbistico.
Così, ad esempio, non tutti sanno che dal 1982 è in vigore una legge che obbliga tutti i parlamentari, i loro coniugi e i loro figli conviventi, entro 3 mesi dall’elezione, a depositare la loro dichiarazione dei redditi e dichiarare i diritti reali su beni immobili e mobili, le azioni di società possedute, le quote di partecipazioni a società, l’esercizio di funzioni di sindaco o amministratore di società; ed una identica dichiarazione deve essere resa anche a conclusione del mandato parlamentare, entro un mese, al fine di evidenziare eventuali guadagni non coerenti con lo stipendio percepito. Di tali dichiarazioni, che dovrebbero essere rese pubbliche sul sito web della Camera e del Senato, non c’è traccia. Perché il Presidente del Senato non comincia a renderle pubbliche sul sito web dell’Alta Istituzione?

Per quanto riguarda le lobbies, la situazione è ancora più imbarazzante. Qualcuno si chiederà come esse facciano ad accedere ai Palazzi del potere. In molti sistemi democratici avanzati (Stati Uniti d’America, Unione europea, Canada, Gran Bretagna, Germania, Francia, Austria, Francia) esiste un registro dei lobbisti in cui questi devono dichiarare chi li paga e per fare cosa; i soggetti iscritti nel registro hanno, tra l’altro, il diritto ad entrare in Parlamento. E in Italia? In Italia l’accesso a Camera e Senato dipende dall’assoluta discrezionalità del Collegio dei questori (composto da deputati o da senatori) che decide, di volta in volta e sulla base delle richieste dei lobbisti più o meno “amici”, a chi rilasciare un tesserino di accesso permanente a Palazzo, senza dover in alcun modo motivare.

L’effetto è che le grandi lobbies hanno libero accesso mentre quelle le lobby economicamente più deboli restano fuori. Anche qui: ricordate l’allora Presidente Renato Schifani tuonare contro le lobby che banchettavano appena fuori dalla porta della Commissione Bilancio? Che ne è stato di quei tuoni? Un temporale estivo, si direbbe…

Molti dei ministri in carica, avendo avuto significative esperienze europee, sanno perfettamente quanto importante sia il ruolo svolto dalle lobbies in un sistema democratico. D’altronde l’attività di lobbying è, anche in Italia, un diritto costituzionale, come ha evidenziato la Corte costituzionale in diverse sentenze a partire dal 1974. Ed infatti solo nei sistemi illiberali le lobbies, al pari di tutti gli altri corpi intermedi, sono proibite.

Il problema, dunque, non sono le lobbies ma è l’assenza di regole (o la loro disapplicazione) che permettano a questi soggetti di interagire con la politica in modo trasparente, partecipato, uguale per tutti.
Oggi più che mai è il tempo delle lobbies. Ed è tempo che esse siano regolate: perché il loro contributo è prezioso per il decisore pubblico; perché, nell’assenza di regole, fioriscono soggetti ed interlocutori che, presentandosi come lobby, operano con strumenti poco ortodossi; perché solo in questo modo si può rendere davvero trasparente il processo decisionale.

Il governo in carica ha tutte le carte in regola per riuscire laddove gli altri o non hanno tentato o hanno fallito. Si potrebbe prendere ad esempio quello che è stato già fatto dal Ministero dell’Agricoltura, che ha introdotto un Elenco dei Lobbisti cui ora la ministra Nunzia De Girolamo dovrà dare attuazione. O si potrebbero considerare le proposte formulate negli ultimi 7 anni dal think-tank VeDrò, di cui il presidente del Consiglio Enrico Letta è il fondatore.

Si dirà che è una vana speranza? Speriamo di no. E comunque si sa: la speranza è l’ultima a morire.

* Pier Luigi Petrillo coordina il gruppo di lavoro “Lobby” di VeDrò e l’Unità per la trasparenza del Ministero dell’Agricoltura. E’ docente di Teoria e tecniche del Lobbying alla Luiss Guido Carli. Su twitter è plpetrillo 

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