Plumbeo è il cielo. Soffia il vento, quello che cambia direzione continuamente. Mulinelli, la polvere disegna a terra come le traiettorie dei monelli che si dividono dopo la bravata. E’ il vento della trubbiana. Quello della perturbazione, figlio meticcio del rimescolamento di masse d’aria. Quella fredda, nuova, immigrata con quella umida, stanca, residente.
Sotto un riparo guardi il precipitare del meteo. In trincea stai in guardia contro il naturale compiersi dei fatti meteorologici. Quando si dice, poi, piove sul bagnato. E il primo sentimento è quello della paura dell’incerto. Pensi che quel nero gravido di pioggia non prometta nulla di buono. Solo molto dopo penserai che è quel nero che da seguito al gemmare delle sementi.

Le prime gocce che vedi solo dalle loro impronte sul battuto davanti alla punta dei tuoi piedi sembrano i fori di frecce scagliate da chissà dove. Da quel nemico sopra le nuvole che non puoi colpire. Le prime gocce sono macchie circolari dal diametro piccolissimo. Evanescente è il loro colore perché, si sa, le prime linee sono sempre quelle meno esperte. Ma, dopo qualche minuto, quando da questo immaginario torrione merlato le seconde linee hanno preso il posto delle prime che caricano la nuova freccia, ecco che gli aghi di pioggia scagliati si fanno più fitti e di più grande spessore. Arrivano a terra con grande fragore che assieme al tuono e al rimbalzare sui tetti produce il baccano della battaglia che infuria. Il rumore si fa sempre forte tanto più sono i ripari che ognuno cerca di costruire contro il nuovo che avanza e che chiede spazio perché nuova semenza abbia nuovo nutrimento.

Ci vuole l’ausilio dei sensi per dare all’intelletto cognizione del creato e delle sue leggi cosmiche e immutabili. E’ il profumo dell’acqua che piace nel suo essere selvaggio, irriproducibile in nessun surrogato, nella sua unicità ancestrale a infonderti senza suoni, né parole l’abbraccio di Natura. Abbraccio incondizionato perché non pone né accetta condizioni.

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