Conversazione con Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni internazionali all’Università Cattolica del Sacro Cuore ed editorialista del quotidiano Il Sole 24 Ore

Il mondo è davanti a un pericoloso rischio: la guerra in Siria è un conflitto non solo regionale, ma potrebbe degenerare a livello mondiale. E le ultime decisioni, come quella dell’Unione europea di sospendere il divieto di invio di armi ai ribelli, può solo peggiorare la situazione. Non a caso il ministro degli Affari esteri, Emma Bonino, ha avvertito che la scelta è sbagliata e che l’Italia continuerà a imporsi contro l’invio di armi ai ribelli siriani.

Ma la questione è più grave di quanto sembri. Secondo Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni internazionali all’Università Cattolica del Sacro Cuore, sostenere militarmente i ribelli può solo allungare i tempi del conflitto e allargare la sua dimensione.

Il ministro Bonino ha detto che la scelta dell’Europa di sospendere il divieto di invio di armi ai ribelli in Siria è uno sbaglio da parte dell’Europa. Quali sono i veri rischi?

È una scelta rischiosissima. Se l’opposizione siriana non è capace di avere un’interfaccia politica, di scegliere chi mandare al vertice di Ginevra, perché mandare le armi? Credo che la posizione di Inghilterra e Francia cerchi di compiacere qualche investitore del Golfo. Dare le armi ai ribelli vuol dire allungare il conflitto e allargarlo. Si è vista la reazione, non positiva, della Russia, la minaccia israeliana, quello che può succedere con il Libano. Dare le armi ai ribelli non porterà a una soluzione, ma cambierà la dimensione del conflitto e provocherà ancora più morti.

La guerra in Siria può scatenare una crisi mondiale, come avvertiva ieri sul Corriere della Sera Franco Venturini?

La guerra in Siria ha delle dinamiche domestiche: lo scontro arabo, le Primavere arabe, rapporti con i sauditi. Poi, ci sono anche le dinamiche globali: il conflitto arabo-israeliano, la questione iraniana. Tutto ciò passa per Damasco e questo rende il conflitto globale. Mandare le armi ai ribelli e non sapere chi si sta armando. I sauditi, che ricordano bene quello che è accaduto in Afghanistan con Al-Qaeda, stanno rimandando l’invio di armi.

E quale sarebbe il ruolo dell’Iran? Il dibattito sulla sua partecipazione alla riunione di Ginevra sta complicando gli accordi.

L’Iran è un regime impresentabile che sta evolvendo verso il peggio. Ma non si può convocare una riunione regionale senza quello che è l’unico alleato della Siria nella zona. A Ginevra ci saranno l’Arabia Saudita, il Qatar. Non si può pensare di bilanciare l’incontro soltanto con la presenza della Russia. È una strategia folle.

Lei pensa che il vertice di Ginevra, previsto per giugno, avrà luogo? E se ci sarà, quali sono le probabilità che produca un esito positivo?

Il vertice ci sarà se i ribelli riescono a mettersi d’accordo su chi inviare. Se non ci fosse sarebbe una vittoria diplomatica, senza neanche avere giocato, per il regime siriano e per la Russia. La presenza di Assad senza gli altri è una vittoria regalata. Sulla possibilità che ci sia un esito positivo, questo dipende dall’accordo sulla transizione guidata alla quale dovrebbero arrivare i ribelli e il governo di Damasco. Ci deve essere un superamento della condizione attuale senza pre-esclusioni.

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