La possibilità di ripristinare la commessa iniziale di 131 F-35 secondo il ministro della Difesa, Mauro, le polemiche e le mozioni di M5S e Sel, le titubanze ammiccanti di parte del Pd e il nodo dei problemi tecnici e dei costi in un rapporto del Pentagono.

Politica, industria, geopolitica. La partita F-35 ha più sfaccettature, e la mossa inaspettata del ministro della Difesa Mario Mauro è arrivata al salone dell’Aerospazio di Le Bourget, il Paris Air Show. Perché non tornare alla commessa iniziale di 131 cacciabombardieri, anziché attenersi alla riduzione di compromesso decisa dal suo predecessore Giampaolo di Paola, che aveva optato per un ordine di 90 aerei? Comunque non si placano le polemiche, e i costi stimati per la manutenzione fanno discutere anche negli Usa.

La posizione del ministro Mauro

Mauro ha riaperto la partita, dicendo che è possibile ripristinare la commessa prevista inizialmente dal Parlamento da 131 F35, i cacciabombardieri prodotti da Lockheed Martin con la partecipazione di anche di Alenia Aermacchi e altre aziende italiane (da Aerea a Vitrociset). 131 caccia costerebbero circa 16 miliardi di euro, 90 aerei circa 12 miliardi. “Sul piano di ritorno economico e sul piano strategico – secondo il ministro –  il programma ha senso solo oltre una certa soglia”. “Quindi per fare un favore a Finmeccanica rendendo l’operazione più vantaggiosa dal punto di vista dell’azienda italiana, il ministro si dice disposto a sconfessare il suo predecessore che non era di certo un pacifista e probabilmente qualche conto se lo era fatto, ma a buttare nella fornace F35 un altro bel po’ di soldi pubblici”, scrive criticamente Daniele Martini sul Fatto Quotidiano.

Le mozioni anti F35

Ma l’opposizione alla commessa per gli F-35 rimane forte e vigile in larghi strati dell’opinione pubblica. Nelle scorse settimane 158 deputati di M5S, Sel e Pd, 18 senatori del Pd e altri senatori di Sel hanno presentato delle mozioni per chiedere di fermare la partecipazione italiana al programma di acquisizione e costruzione dei cacciabombardieri F35. ‘Gli effetti occupazionali del programma, sono per l’Italia assai modesti e con le stesse risorse, investendole in opere pubbliche e in politiche per l’occupazione) si potrebbero creare moltissimi posti di lavoro in più’”, spiegano sull’Unità il senatore del Pd Felice Casson e il deputato di Sel Giulio Marcon.

Lo slalom del Pd e i sottoscrittori dell’appello per la cancellazione della commessa

Di recente, un appello per la cancellazione della commessa è stato firmato da numerose personalità come don Luigi Ciotti, padre Alex Zanotelli, Umberto Veronesi, Chiara Ingrao, Cecilia Strada, Savino Pezzotta, Roberto Saviano, Riccardo Iacona, Gad Lerner. “Prima delle elezioni infatti – sottolinea il Fatto Quotidiano – i partiti avevano promesso agli elettori un approccio più cauto e riflessivo al delicatissimo e popolare tema dei cacciabombardieri, ora probabilmente si sentono liberi di tornare ai vecchi amori. Emblematico il caso del Pd che per bocca del suo segretario Pier Luigi Bersani in campagna elettorale si era impegnato per ridurre ulteriormente l’impegno italiano per gli F35. Quello stesso partito che ora non sa che pesci prendere in vista del prossimo appuntamento parlamentare di lunedì e martedì alla Camera, quando si voterà in aula la mozione contro gli F35″. “Rai non si svende, meglio tagliare gli F35”, ha ribadito Roberto Fico del M5S, presidente della Vigilanza Rai.

La questione nomine

“Mauro – ha sottolineato il Sole 24 Ore – ha riaperto il caso F-35 mentre era a Le Bourget, nello chalet di Finmeccanica, anche Di Paola, fino a qualche mese fa un ipotetico candidato alla presidenza del gruppo italiano. Sul capitolo nomine, ancora molto incerto con vari candidati, Di Paola ha avuto la strada sbarrata dalla legge Frattini del 2004, che vieta per un anno ai titolari di cariche di governo di assumere incarichi in società nello stesso settore. Questa norma potrebbe ora essere aggirata, con una deroga, qualora il governo decidesse di nominare Gianni De Gennaro, sottosegretario ai servizi segreti nel governo Monti, ben visto dal Quirinale: se venisse concessa la deroga a De Gennaro, secondo voci, potrebbero irritarsi Di Paola e un altro ex del governo Monti, Corrado Passera, che puntava alla Cdp”.

Ma le polemiche non sono solo italiane. Con lo sviluppo del programma e le sfide tecnologiche per gli F35, Lockheed Martin e la Difesa Usa si stanno concentrando sempre più su un problema esasperante: i costi di volo e di manutenzione del cacciabombardiere.

I costi

Gli ufficiali Usa, spiega Reuters, temono che il prezzo stimato di oltre mille miliardi di dollari per le operazioni e il manutenzione eroderà il supporto internazionale per il Joint Strike Fighter, con costi reali che probabilmente saranno superiori a quelli preventivati. Le stesse perplessità ed incognite della Difesa inglese, il cui rapporto indagava anche su alcuni problemi tecnici del caccia.

 I Paesi coinvolti nel programma

Lockheed sta sviluppando tre modelli di F-35 per la Difesa Usa e per otto Paesi che stanno contribuendo a finanziare i lavori: Regno Unito, Australia, Canada, Norvegia, Italia, Turchia, Danimarca e Olanda. Questi Stati dovrebbero quindi sostituire oltre dodici modelli di caccia oggi in uso.

I costi di manutenzione per la flotta Usa

“La sostenibilità dei costi è la sfida più importante”, ha spiegato a Reuters durante il Paris Air Show il generale Robert Schmidle, vice comandante dell’Aviazione per la Marina. Un’analisi del Pentagono mostra che i costi di gestione della sua flotta di 2,443 caccia F-35 Joint Strike Fighters, per i prossimi 50 anni supera i 1.000 miliardi di dollari.

La necessità reale di caccia a decollo corto e atterraggio verticale (Stovl)

Schmidle crede che i costi potranno essere ridotti di centinaia di milioni di dollari all’anno rivedendo alcuni punti del programma, (compresa la frequenza dell’uso di catapulte separate per permettere il decollo corto e atterraggio verticale), e usando i dati derivanti dai voli degli F35 già in uso, anziché quelli del modello precedente, l’Av-8B Harrier. D’altra parte, ha sottolineato Schmidle, le proiezioni iniziali stimavano un uso del decollo corto e atterraggio verticale nell’80% dei casi, ma queste operazioni in realtà rappresenterebbero solo il 10% dei casi.

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