Ho accolto la proposta di Formiche.net di cimentarmi nella seconda prova della maturità con l’entusiasmo di chi, dopo tanto tempo, riprova l’emozione di una straordinaria polluzione. In fondo, quando arriva la maturità, quella della vita, quando nasce un dopo che ti fa prima ovvero quando si dorme con i propri pargoli, di polluzioni indirette se ne provano eccome.
Nel leggere le tracce, in particolare quella che prende spunto da un passaggio del volume “Non per profitto” di Martha C. Nussbaum, mi sono posto delle domande proprio pensando al tipo di istruzione che vorrei per mia figlia.
A mio avviso il punto di partenza è l’uomo. L’uomo senza aggettivi che, nell’etimologia, vuol dire colui che si eleva verso l’alto, l’Altissimo. Colui che è fatto per le alte rote.
L’uomo nella sua essenza, nei suoi istinti, nel suo intuito e nel suo potenziale conoscitivo e speculativo è e rimarrà per sempre lo stesso. Al netto della rivoluzione Francese, di quella industriale, di quella digitale e di quelle che verranno. Ama, gode, mangia e va di corpo da millenni dandosi un sistema di regole sociali ed economiche che, di volta in volta, qualche minoranza un po’ più accorta, per qualche forma di fortuna conquistata o acquisita, impone al resto dei coinquilini del pianeta. Vogliamo chiamarle religioni, capitalismo, imperialismo, diamogli pure il nome che vogliamo ma si tratta pur sempre di qualche sovrastruttura che, per un tempo brevissimo, costituiscono un modesto modo proprio del sistema, che in un dato momento pare a tutti l’unico modo con cui pulsa il mondo, ma che dopo poco è assorbito dall’inerzia del sistema stesso sopraffatto dall’onda lunga della storia, quella geologica che lo sposta su di un altro modo di funzionamento.
Non esiste pertanto nessuna deriva, nessuna decadenza, nessun trend. Se guardassimo i fenomeni su di una scala dei tempi abbastanza lunga, quanto il nome di Martha C. Nussbaum, scopriremmo che, quella che per lei è una tendenza, è si e no una impercettibile gobbetta nella curva che descrive un fenomeno che ha scale molto, molto più grandi.
Certo, più o meno, dagli anni 80 in poi, genitori di generazioni differenti si sono superati nel consigliare i propri figli per un percorso di studi che fosse il più profittevole. Profittevole non per i risultati quanto per la carriera che li avrebbe attesi. E, certamente, negli ultimi decenni i consigli per le discipline scientifiche si sono moltiplicati. Fai ingegneria che sono richiestissimi, fai economia così vai a Londra a fare il broker. Fai medicina che medici ce ne vogliono sempre e, anche se è lunga la facoltà, vuoi mettere cosa significa duecento euro a visita per quindici minuti in cui dispensi buon senso!
Ovviamente siamo al becero luogo comune. Al qualunquismo. Ma quanti professionisti oggi non sanno manco perché si trovano dietro a una scrivania o dietro a un terminale senza sapere perché sono finiti a trascorrere il periodo più lungo della loro vita a fare qualcosa in cui non credono, che non li entusiasma per il più prosaico degli obiettivi che è u poustu.

Se uno scava nella propria adolescenza, bisogna ricordarsi quello che rispose Gesualdo Bufalino a Leonardo Sciascia, nei primi dieci anni di vita ogni individuo ha conosciuto praticamente tutto quello che deve sapere. Animalescamente, a livello inconscio, a livello di potenza, l’essere umano con tanto io, es e super io è fatto e finito. E infatti, se uno si butta romanziere, non certo per scrivere prodotti editoriali decisi a tavolino, è in quei dieci anni che finisce per attingere per smuovere le budella del lettore. L’animo degli uomini a dieci anni si percepisce e si sente meglio che dopo. E le persone che ti hanno insegnato di più sono le più improbabili e, spesso e volentieri, le più ignoranti. Dal punto di vista dell’istruzione s’intende. Io, ad esempio, e mi cito per non fare testo, dato che non posso vantare la chiccosa adolescenza della Martha C. Nussbaum, ho imparato la creanza dal calzolaio Emilio da cui, piccolo a 3 anni, avevo spaccato la testa gettandogli una macchinina da balcone del secondo piano. Emilio aveva un’umanità immensa. Era un mastro Geppetto che avrebbe fatto commuovere Collodi. Nel suo piccolo laboratorio, da cui passava tutta l’umanità, Emilio aveva conosciuto il mondo senza conoscere l’inglese, senza conoscere il mandarino, senza nozioni di contabilità industriale, piani di picking, e senza fare esperienze nel cost controlling. Emilio allisciava il suo cane e ti insegnava come stare a contatto con gli animali. Meglio di una qualunque insegnante con la sigaretta in bocca dal passato sessantottino che non avendo alcun animale bipede da accudire convertiva il suo eccesso di attenzione verso animali a quattro zampe.
Da come erano consumate le scarpe Emilio stilava la sua cartella clinica. Ma non per la scarpa ma per l’individuo che l’aveva utilizzata. Questo ha i piedi piatti. Sono quasi certo che è anche un po’ balbuziente. Colpa della madre, lo vedi come lo tiene sempre al guinzaglio. Quest’altro deve essere un gran signore. Guarda come le consuma: solo il tacco al centro. Incede sicuro, non corre mai. Quest’altro invece deve essere un innamorato. Quella volta rimasi stupefatto. – Ma come fai a dire che è innamorato – gli chiesi incuriosito. E lui: – Semplice Micheluzzo. Non vedi che ha inciso nel cuoio della suola il nome Chiara!
Dopo Emilio, l’altro grande mentore fu il Signor Stornello. Contadino, con la schiena che non s’addrizzava mai, manco quando era seduto in macchina, mi insegnò a raccogliere i pomodori, a riconoscere il vento di trubbiana da quello di mare solo con l’olfatto. Mi mostrava il cerchio attorno alla Luna da cui lui deduceva i singhiozzi del tempo rispetto ai quali doveva sintonizzare le attività lavorative che erano un tutt’uno con la vita stessa. Sua e del pianeta, almeno di quell’angolo di mondo in cui viveva. Mi aveva spiegato della vite. Di quel miracolo enologico che è l’uva che cresce alla Marza sulla sabbia che beve l’acqua salmastra direttamente dal mare. E che fa vino buono meglio eccome delle colline tutto terroir della Provenza che il sole se lo veniva a trafugare, a mezzo navi, proprio dalla Ghiastru, località che solo i cartografi come Mercatore possono trovare in quel triangolo che c’è tra Noto, Rosolini e Pachino.

Quando poi fui più grande, e tempo per stare da queste balie non ne ebbi più, a tenermi compagnia ci fu Rex Stout. Lui che fu, sulla carta fantastica su cui richiudeva le sue storie, Archie Goodwin e Nero Wolfe mi insegnò a scrivere, l’agilità del raccontare ripetendo a non finire manie e vizi dell’investigatore privato più grasso d’America. Rex Stout nella vita fu un programmatore informatico. Scrisse righe e righe di codice. Manco a dirlo, gentile prof. Martha C. Nussbaum, scrisse istruzioni. Perché i computer potessero gestire informazioni e dati. Ma prima di essere un informatico, fu pescatore, fu comandante dei vaporetti che solcavano il Mississipi. Fu facchino. Fu tutti i mestieri del mondo. Ma, alla sera, come il Fiorentino aveva il suo retrobottega. Svestiti i panni del personaggio della vita prosaica, diventava sedentario, grasso e misogino, ora fascinoso e dinamico come gli straordinari personaggi che aveva inventato e nei quali viveva una vita ancora più piena di quella reale.
Insomma non credo alle preoccupazioni della prof. Martha C. Nussbaum. Per niente. Tengo forte dentro di me la lezione del forlivese. Di quel Guido Bonatti che, come Stout secoli dopo, fece convivere la tecnica e la scienza con le discipline umanistiche. Guido Bonatti l’astronomo e astrologo quando, al tempo, le due discipline si confondevano a pieno titolo e l’uomo di scienza che misurava la pancia della terra teneva la testa in alto scrutando Luna e meravigliandosi dell’azzurro e dell’ocra.

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