Torni a casa. Lo fai periodicamente. In ossequio ai solstizi e agli equinozi della vita. Uno qualunque sei, e come chiunque vai e torni. Anonimo e indistinguibile per tutti, eccetto che per il cane con cui sei cresciuto. Un giorno, però, quel giorno, il ritorno si fa muto. Un sibilo di silenzio assordante che preme direttamente la testa. Dal vialetto, da cui sei entrato per una vita, quella volta, nessun cane si fa incontro riconoscendo il tuo odore nel vento che batte le acacie. Il riverbero del filinoni d’Agosto ti obbliga ad abbassare gli occhi verso la terra in cui non riconosci più quella forma in cui avevi creduto di leggere la tua orma lasciata a marcare il territorio. Al ramo che usavi per salire sull’albero, il tuo albero, la tua mano non riesce più ad arrivare. Un muro di vento fortissimo si erge separandoti dalla tua estate. Corri nel baglio, impaurito, cercando riparo nell’abbraccio di quella chioma possente. L’ultimo punto di riferimento. Spalanchi la porta e lo trovi al solito posto, impettito e verdissimo, circondato da una corona di carciofi secchi con i colli che paiono in posa per la tavolozza di mastro Fratantonio o Mastro Guccione. Di quell’istantanea color seppia, una voce roca, che viene da dove lo sguardo non arriva, recita la didascalia: “Fu nvernu di acqua, u milicucco è bonu e tisu”.

Ti volti. E lei, la piccola che non aveva ancora mai camminato, ti offre il suo passo ancora incerto perché, nella fiducia del tuo abbraccio, si faccia equilibrio.

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