Gentile Gianni Riotta,

Dopo averla sentita a In Onda, l’altra sera, ho sentito il bisogno di formalizzare alcune riflessioni perché ritengo che alcune sue opinioni siano errate e possano creare fraintendimenti visto e considerato la sua influenza mediatica.
Penso che sia importante puntualizzare alcuni concetti per evitare che si diffondano presso l’opinione pubblica, spesso poco informata, convincimenti sulla base dei quali altrettanto poco informati decisori istituzionali possano agire a livello politico.
Secondo Lei l’Italia è ferma al palo per una certa indolenza da parte della classe imprenditoriale, questo è vero, che non ha saputo e continua a non cavalcare i business collegati all’economia digitale. Su questo punto non sono assolutamente d’accordo.
Lei snocciola i suoi ragionamenti pronunciando, di tanto in tanto, parole in italiano che, nella fonetica, suonano un po’ americane da perfetto italo americano che ci tiene a precisare la sua consuetudine con Manhattan. Ma il dettaglio è rivelatore poiché non c’è pensiero saldo senza una sintassi che lo sorregga come il ferro fa con il calcestruzzo. I suoi ragionamenti, sentiti e metabolizzati di là dell’Atlantico, mal si adattano alle caratteristiche del nostro paese, un po’ come le sue parole un po’ americanizzate al perfetto italiano.
L’Italia è al palo e non so se il pacchetto del “Fare” sarà sufficiente a dare una scossa allo sviluppo, ma non è certamente al palo per via del fatto che non si è sviluppato un comparto d’imprese specializzate in servizi digitali. Anche perché, basta leggere qualsiasi pubblicazione al riguardo, cito ad esempio il volume di Burroni e Trigilia “Le citta dell’innovazione” (Mulino 2010), per scoprire che le realtà economiche più promettenti ad alto contenuto di conoscenza, Lei direbbe capital intensive, si sviluppano solo in prossimità di quelle aree metropolitane in cui vi sono insediate importanti realtà tecnologicamente avanzate. Le economie di servizi fioriscono solo in presenza di elevate densità d’investimento per kmq. Ci devono essere comparti come quello dell’aerospazio, della chimica e farmaceutica, dell’automotive. Quei settori trainanti che fanno da mercato di sbocco per un reticolo d’imprese che, svolgendo la loro attività R&D per rispondere alle richieste delle aziende clienti scoprono nuovi prodotti e servizi che, nel breve periodo, possono diventare, nelle mani di bravi product manager, prodotti e servizi consumer.
Negli Stati Uniti, dove recentemente si assiste al reinsediamento di molte aziende che avevano delocalizzato la propria produzione in paesi in cui il costo della manodopera è molto basso, esiste il tessuto industriale ed economico ideale per la proliferazione e il successo di imprese ad alto contenuto di conoscenza.
E poi c’è un altro particolare che le deve essere sfuggito. L’Italia è un paese senza materie prime. Pertanto, per mantenere in equilibrio la bilancia dei pagamenti con l’estero, occorre poter scambiare beni con quei paesi da cui siamo costretti ad approvvigionarci di combustibili fossili e acciaio. Dobbiamo rimanere almeno dei trasformatori. Trasformatori intelligenti, ovvio, che sanno innovarsi nei prodotti e nei processi, ma pur sempre dei trasformatori, a meno di non voler fare del nostro paese una grande pizzeria con tanto di lumaca Slow Food sulla porta, ma pur sempre pizzeria e, soprattutto, lumaca. Se continuiamo così, in questa indolenza totale, politica e privata, condita dal disorientamento dei media, finiremo con il mangiarci tutta la ricchezza e a dover vivere come la lumaca per l’appunto, in roulotte.
Occorre tornare a produrre. Costruire cose che siano competitive perché belle e semplici. Belle e quindi in grado di essere attraenti per acquirenti di ogni parte del mondo e semplici perché la semplicità è l’essenza della bellezza, perché le cose semplici sono anche semplici da produrre e costano meno.
Tornare a produrre vuole dire anche diffondere conoscenza, il saper fare. Vuol dire garantire un futuro alle nuove generazioni. E’ sempre il solito discorso. Un comandante di una nave commerciale, una volta terminato il suo periodo d’imbarco, ha di fronte alla scaletta che lo porta a terra la stessa ritrosia di Novecento. Invece il tanghista o il tutto fare, il meccanico che a bordo si occupa di riparare macchine e impianti non hanno alcuna paura della vita sulla terra ferma perché si sapranno riciclare. Specie se sono persone dotate di intraprendenza. Avere un mestiere nelle mani dà sicurezza e speranza nel futuro. Basta solo sapersi rimboccare le maniche. Altro che webman, abbiamo bisogno di wattman.
Chi vive di web e nel web, sarà pure più libero, ma vivrà un lento, inesorabile e parassitario declino.
Infine, già che le scrivo, volevo segnalarle una curiosa coincidenza che ho ravvisato tra la sua adolescenza e quella di Gesualdo Bufalino. Nell’intervista che lo scrittore di Comiso ha rilasciato a Leonardo Sciascia e che introduce “La diceria dell’untore” Edizioni Bompiani, Bufalino racconta di quando, piccolo, pur di leggere rubò un fascio di giornali da avvolgere dal pescivendolo finendo scoperto e rimproverato. Curiosamente, ma deve essere una coincidenza, come Lei ci racconta in “Le cose che ho imparato” dove Lei, piccolo, rubava in casa i fogli di giornale appallottolato con cui coibentare la cassetta di cottura della cuccia.

                                                                       Con viva cordialità,

                                                                                                      Michele Fronterrè

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