L'ad Nagel esclude un modello di business basato sulle partecipazioni. E si prepara a dire addio a Telecom Italia e Rcs, e a ridimensionarsi al 10% di Generali. Rafforzando il business bancario e guardando verso l'estero. Ma in Borsa il titolo di Piazzetta Cuccia non ha festeggiato...

“Non ho mai concepito Mediobanca come una banca di sistema”. Ha esordito così l’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel (nella foto), alla conferenza stampa per la presentazione del nuovo piano industriale al 2016. E in effetti, come da attese, si può dire che per l’istituto di Piazzetta Cuccia finisca un’era. Quella cioè dei salotti buoni, delle partecipazioni “che contano” e del potere finanziario. Non solo: termina anche l’era della cosiddetta “banca di sistema”, chiamata ad accorrere in soccorso delle aziende e dei grandi gruppi italiani quando questi chiedevano aiuto. Nello stesso tempo, per Mediobanca prende il via una nuova fase, di concentrazione sul business bancario in Italia ma anche all’estero.

Il business delle partecipazioni ormai non rende più

Il motivo del cambio di direzione è presto detto: fare la banca di sistema ormai non rende più. E a dirlo senza tanti di giri di parole è stato lo stesso Nagel: “Il business delle partecipazioni nelle società quotate ormai non è più redditizio”. Un’amara constatazione per una banca, come quella di Piazzetta Cuccia, che si era specializzata in questa attività fin dalla metà del secolo scorso, ai tempi del suo grande dominus Enrico Cuccia. E una constatazione che, nella pratica, si traduce per Mediobanca nell’annuncio dell’uscita da Telecom Italia e Rcs, due storiche quote “strategiche” all’interno del portafoglio di investimenti che si trasformano in “disponibili per la vendita”, e nel ridimensionamento all’interno del salotto del potere triestino delle Generali. Certo, ha concesso Nagel, “non è detto che da adesso in poi non investiremo più in aziende, ma senz’altro un modello di business costruito su questo non lo vedo”.

Da settembre Telecom potrà partecipare meglio al consolidamento settoriale

Prendiamo per esempio il caso di Telecom Italia, che Mediobanca partecipa attraverso l’11,6% di Telco, la cassaforte che a sua volta ha in mano il 22,4% della società telefonica ex monopolista. “Telco –  ha detto Nagel – è nata in un momento particolare in cui c’era un’esigenza particolare, ma adesso restare nell’azionariato sarebbe negativo per gli azionisti e per la stessa società”. Così, l’ad di Mediobanca ha annunciato che agli altri soci della holding controllante di Telecom sarà inviata “formale comunicazione di scissione di Telco entro settembre”, così che anche il gruppo presieduto da Franco Bernabè possa “partecipare con più opzioni a un programma di consolidamento del settore”.

Sulle nozze con 3 Italia occhio a trattamenti differenziati per gli azionisti

Il pensiero va alle possibili nozze tra Telecom Italia e 3, la società che fa capo al colosso di Hong Kong Hutchison Whampoa, anche se l’operazione sembra essere un po’ meno di attualità rispetto a uno o due mesi fa. A riguardo, Nagel ha precisato che nessuna proposta per rilevare quote di Telco è arrivata alla holding e ha messo in guardia che “bisogna stare attenti che non si prospetti un trattamento differenziato per Telco rispetto agli altri azionisti”. Riferendosi poi all’integrazione con 3 Italia, Nagel ha spiegato che in Italia “quattro operatori sono troppi ma i costi di spegnimento di uno di questi devono essere ripartiti anche sugli altri, altrimenti ce ne sarebbe soltanto uno che paga il prezzo”.

Rcs, prima si rivede il patto e meglio è, ma dopo l’aumento

Quanto all’uscita da Rcs, società editoriale alle prese con un aumento di capitale da 421 milioni al termine del quale Mediobanca dovrebbe mantenere la partecipazione del 14,94%, Nagel ha fatto notare che “già a metà degli anni Duemila avevamo detto che non potevamo restare primi azionisti. Rcs – ha proseguito l’ad di Mediobanca – ha bisogno di un socio che si faccia carico delle linee industriali e quindi di un grande gruppo editoriale”. E anche in quest’ottica il patto di sindacato “prima si rivede e meglio è, perché non è più adeguato alla complessità della società”. La revisione del patto, così come quella del piano industriale di Rcs messo a punto dall’amministratore delegato Pietro Scott Jovane, ha detto Nagel andando così in parte incontro alle richieste dell’azionista Diego Della Valle, si potrà fare, ma solo una volta completato l’aumento di capitale in corso.

Generali, poco probabile che a rilevare il 3% sia la Cdp

Diversa la strategia di Mediobanca nell’azionariato delle Generali, da cui non punta a uscire ma dove intende scendere dall’attuale 13,24% al 10 per cento. La cessione del 3%, in ogni caso, prenderà il via solo quando il piano strategico della compagnia triestina sarà a uno stadio più avanzato e tra le opzioni da cogliere non è esclusa la ricerca di un partner, ad esempio un fondo sovrano, che aiuti lo sviluppo nelle aree a maggior crescita, come ad esempio quelle asiatiche. Per Nagel è invece improbabile che a rilevare il 3% possa essere la Cassa depositi e prestiti attraverso il Fondo strategico italiano.

Mediobanca si fa in tre e punta a diversificare i ricavi

All’uscita dai cosiddetti salotti finanziari, corrisponde per Mediobanca una concentrazione sul business bancario e in particolare su tre attività: l’investment banking, il retail e il risparmio gestito di fascia alta. Un modello di business che si ritiene sia “in grado di generare un flusso di ricavi crescente e geograficamente più diversificato”. L’istituto di Piazzetta Cuccia punta a entrare in nuovi mercati ad alta crescita, come Turchia, Messico e Cina, così come ad allargare le aree presidiate dalle sedi già esistenti, come ad esempio la Russia e l’Est Europa.

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