La notizia che lo stock del debito pubblico ha toccato il 130% del Pil sarebbe stata, in altri tempi, interpretata come uno dei quei lanci di agenzia che fanno tremare il mondo (dei mercati finanziari). Invece, a metà giornata, Piazza Affari era segnalata come una delle Borse in maggior salita in Europa (dopo gli scossoni dei giorni scorsi), i titoli bancari andavano particolarmente bene, l’obbligazionario europeo sostanzialmente stabile in seguito ai dati sul miglioramento della situazione in Portogallo, ed ovviamente posizione di attesa in merito a Rcs, Unicredit e Bpm.

Come mai i mercati sono rimasti di gesso? Le ragioni di fondo sono state illustrate su Formiche.net del 19 luglio: lo stock di debito relativamente al Pil è solamente uno e non necessariamente il più rilevante tra gli indicatori a cui guardano i mercati. A loro volta, i mercati non sono “gli gnomi di Zurigo” di nixoniana memoria, ma milioni e milioni di persone i cui movimenti, a volte, si neutralizzano. In questi giorni, ad esempio, l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni di Francia e Spagna dà più preoccupazione del debito pubblico italiano, la cui gestione potrebbe essere relativamente facile ove politiche pubbliche dal lato della domanda e dal lato dell’offerta le consentissero di ripartire. Purtroppo – ed è questo il nodo centrale – è difficile concepire ed atture politiche di domanda mantenendo il saldo contabile della finanza pubblica entro il 3% del Pil.

Ciò vuol dire che i mercati possono restare di gesso solo temporaneamente e che non c’è alcun motivo di compiacersi della loro scarsa fibrillazione rispetto all’andamento del debito pubblico. Il Governo farebbe bene a riprendere in mano due eredità dell’ultimo scorcio della passata legislatura: a) lo studio di Astrid sui modi e le maniere per ridurre lo stock di debito con operazioni straordinarie, ma compatibili con il buon funzionamento del mercato (e senza terrorizzare gli operatori, come avverrebbe con una patrimoniale); b) la spending review, dando un ruolo centrale alla Ragioneria Generale dello Stato ed al gruppo di dirigenti scelti per questo scopo in seguito a un concorso pubblico europeo. Il Parlamento, dal canto suo, dovrebbe avviare le procedure per l’istituzione ed il funzionamento dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (quel che ne dica il sito Noise from Amerika sarebbe pur sempre una barriera, non certo a prova di bomba, al “mercato delle vacche” a base di emendamenti.

I tempi sono stretti. Occorre varare la duplice operazione in tempo per quel “fatidico” 31 agosto entro cui ci si è impegnati a risolvere i problemi dell’Imu, Iva e tante altre cose. “Imu, Ive e tante altre cose” sono il vero “sottostante” a cui guardano i mercati.

Condividi tramite