L’aneddoto del “cittadino disperato” Pietro Ichino, alle prese con la burocrazia labirintica e insondabile italiana per la (semplice?) registrazione di un contratto d’affitto, raccontato sul Corriere della Sera del 15 luglio 2013, mi offre l’occasione per parlare di un’idea.
Due settimane fa, era domenica e mi trovavo in spiaggia: per non cadere vittima della noia, stavo al telefono. Precisamente, chiacchieravo di questioni politiche e giuridiche con un caro amico e collega, avvocato e ricercatore amministrativista, anche lui nella stessa situazione mia, balneare, a mille chilometri di distanza. Se solo le nostre rispettive mogli avessero saputo, prima di sposarci, che i loro mariti si annoiavano in spiaggia e preferivano dissertare al telefono di proposte legislative e di politica del diritto! Probabilmente non ci avrebbero sposato. Scherzi (ma non troppo) a parte, non ho condito questo incipit con “gossip famigliare” per ingenua divagazione: c’entra con l’idea di cui voglio parlarvi.
Si discuteva al telefono di semplificazioni ed efficienza burocratica. Si citava il recente obbligo imposto alle pubbliche amministrazioni di pubblicare on line in formato aperto e chiaro tutti i dati relativi alle assegnazioni e ai pagamenti di valore superiore ai 1000 euro, misura di trasparenza in cui credo molto e che, lo confesso, porto in buona parte sulla coscienza, avendola personalmente proposta al tempo, prima che diventasse legge (a proposito, quella norma ha ormai compiuto un anno e oggi si trova nell’art. 26 del Codice Trasparenza).
Poi ci siamo rivelati il nostro “sogno giuridico amministrativistico” (questi sono pazzi, direte voi), il “silver bullet”, la freccia magica che avremmo metaforicamente sparato per colpire al cuore il groviglio della burocrazia anti-economica. E, con enorme stupore, abbiamo scoperto che il sogno era identico: non avremmo desiderato altre norme di semplificazione dal Governo e dal Parlamento. Avremmo voluto e vorremmo una norma di facilitazione. Le cose non sempre devono essere per forza semplici (le cose anzi spesso sono complesse in quanto tali, per essere anche utili e intelligenti) ma la pubblica amministrazione – per diventare veramente amica di cittadini e imprese – dovrebbe facilitare la vita, non ostacolarla e affaticarla.
Ecco l’idea (acqua calda? Forse, ma soffriamo ogni giorno una doccia fredda burocratica): introdurre una modifica alla legge 241/1990, con la quale si imponga in generale il diritto di interpello preventivo e vincolante della PA, da parte di cittadini e imprese. Oggi, salvo casi eccezionali previsti da norme speciali, la pubblica amministrazione non e’ tenuta a rispondere a chi, prima dell’avvio del procedimento vero e proprio, richieda informazioni, chiarimenti, delucidazioni. Si riesce a trovare, talvolta, un funzionario cortese o un URP che forniscano informazioni sommarie, ma mai e poi mai vincolanti o scritte. Chiedendo, per favore, a dieci impiegati diversi del medesimo ufficio, si rischia di ottenere dieci versioni distinte sul medesimo procedimento eventuale e ipotetico. O nessuna risposta, in molti altri casi. Questo alimenta l’incertezza del diritto, la confusione, l’esitazione da parte di imprenditori e investitori esteri nell’incamminarsi (inerpicarsi, meglio) in procedimenti autorizzatori o altri percorsi di permitting italiani. E non crediate che noi avvocati andiamo a nozze con questa incertezza: ne siamo spesso e malvolentieri vittime, almeno noi due al telefono in spiaggia.
Peraltro, l’impiegato pubblico gentile che ci fornisce informazioni (senza impegno, s’intende) potrebbe pure finire accusato di rivelazione di segreto d’ufficio, altro istituto obsoleto nell’era della trasparenza amministrativa, o di ulteriori illeciti comportamenti, visto che chi non e’ parte di un procedimento avviato non avrebbe diritto d’interloquire.
Allora, torniamo al “sogno”, al quale tengo come portavoce degli Outsider e consigliere di Rete LIB, ma anche semplicemente come giurista: due righe di legge, quasi un tweet, grazie a cui ognuno possa serenamente domandare alla PA informazioni di dettaglio su modi, tempi, soggetti, rischi, sanzioni, pagamenti, interpretazioni autentiche di norme, annessi e connessi di un procedimento eventuale e futuro, dovendo ottenere entro 60 giorni risposta vincolante da quella stessa PA. Per limitare l’ondata di siffatte domande preliminari (ma quanto si abbasserebbe la marea del contenzioso ex post), basterebbe prevedere che tutte le risposte date, di volta in volta, siano pubblicate obbligatoriamente on line dalla PA: in tal modo, i precedenti farebbero scuola e si creerebbe un patrimonio di FAQs affidabili e dettagliate, generate dall’esperienza e non astratte e avulse dalle ordinarie diavolerie che rendono molti casi apparentemente “impossibili” in quanto normalmente complessi.
Repetita iuvant: non vogliamo solo semplificazioni, ma facilitazioni e certezza preventiva del diritto applicato. Per farci restare in Italia, per trasformare l’Italia in una destinazione d’investimento che non scacci, non impaurisca, non inganni e non intrappoli.

Condividi tramite