25mila dipendenti pubblici greci sono alla porta, e finisce con loro il sogno monotono, come lo definiva in sostanza l’ex premier Mario Monti, del posto fisso. Per loro, e non solo. I nuovi assalti a Cipro per il pagamento del salvataggio, la brace che cova sotto la cenere portoghese e gli oltre 9 milioni di italiani poveri sono fulmini e saette che non colpiscono neanche di striscio le teste pensanti di Bruxelles e Washington, sede del Fmi.

“La Troika ha fatto il suo tempo” e “noi europei dobbiamo essere in grado di risolvere da soli i nostri problemi”, ha detto la vicepresidente della Commissione europea Viviane Reding, responsabile della giustizia. Un’affermazione che ha mandato su tutte le furie la direttrice del Fmi Christine Lagarde, che ha difeso la Troika e ha fatto leva sui campi di competenza. “Non avrei osato avventurarmi sul settore di Viviane Reding, che si occupa di giustizia. E sono sicura – ha detto – che ha delle ottime idee sulla giustizia”. Il tutto mentre da diverse settimane si è creata maretta tra Bruxelles e Fmi sulla gestione della Troika, quel comitato tecnico che raggruppa esponenti di entrambe le istituzioni e della Bce e che supervisiona tutti i programmi di aiuto erogati a favore di paesi dell’area euro.

Lagarde ha invece affermato che tra i componenti della Troika si è creata “una relazione molto solida e produttiva negli ultimi tre anni. Ha portato un modo innovatore di lavorare su casi estremamente difficili” e “ogni istituzione porta il meglio di sé allo scopo di contribuire a risolvere la crisi”.

Del modo “innovatore” di lavorare forse il Fmi ha un concetto a sé. Atene o Nicosia, dovrebbe saperlo Lagarde, avranno forse qualche dubbio in più sulla correttezza della gestione della crisi da parte delle autorità della Troika. Ma il contatto con la realtà manca. A Washington come a Bruxelles. Convinta ancora di poter risolvere i propri problemi da sola. Non che serva un’autorità esterna a pensarci. Ma chi fa da solo fa per tre, o per tutta la Troika. Ad Atene lo sanno già.

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