E' tempo che il nostro sistema economico maturi. Non è uno scandalo che i nostri gruppi siano acquisiti da investitori internazionali, mentre lo è quando sono costretti a non crescere, a delocalizzare la produzione o peggio ancora a uscire dal mercato a causa dei tanti ostacoli posti dal sistema.

Caro direttore,

poche operazioni come l’acquisizione di Loro Piana da parte di LVMH hanno sollevato un dibattito tanto sintomatico della condizione di irrealizzata maturazione del capitalismo italiano che, dietro ai toni indignati conseguenti alla percepita violazione di sovranità dovuta all’acquisizione di un nome storico del lusso Italiano da parte di un competitor d’Oltralpe, cela la dannosa incomprensione in merito alla distinzione ontologica tra azienda e relativa proprietà.

Questa condizione risulta palese qualora si consideri la prospettiva storica della nascita e sviluppo del nostro sistema produttivo. Gran parte della crescita economica del Paese trae le sue origini nel corso del secondo dopoguerra con la progressiva industrializzazione di attività artigianali nate dall’ingegno e dalla dedizione dei soci fondatori ed affermatesi tramite una più o meno costante crescita per linee interne, in cui le fusioni e acquisizioni e l’apertura delle compagini proprietarie costituivano una raritá più che un’eccezione. Un’analisi comparativa tra questo processo evolutivo e quello vissuto nei sistemi più evoluti, con particolare riferimento al mondo anglosassone, dimostra che quello che é venuto a mancare è stata la creazione di un vero mercato – e conseguente cultura – del capitale di rischio, in grado di supportare l’impresa nel suo percorso di crescita per linee esterne. Non che la cosa sia più di tanto sorprendente; uno Stato con il secondo debito pubblico del pianeta ed un sistema in cui il mondo bancario è stato vissuto come foresta pietrificata più focalizzata alla conservazione degli assetti di potere che alla crescita delle nuove imprese non possono costituire premesse per politiche volte ad incentivare l’investimento in capitale di rischio in quanto potenzialmente concorrenziale con la sottoscrizione dei titoli rappresentativi del debito pubblico e con il controllo sul sistema imprenditoriale da parte delle banche. Ne è conseguito un sistema che ha privilegiato, anche fiscalmente, il finanziamento dell’attivitá di impresa tramite il debito bancario rispetto alla capitalizzazione della stessa, sostanzialmente bloccando la creazione di una cultura della finanza straordinaria e rafforzando quella percezione di sostanziale identitá se non confusione tra perimetri patrimoniali dell’azienda e  della famiglia proprietaria.

Il sistema ha retto per alcuni decenni, compensando la ridotta dimensione delle imprese con le economie di scala che le stesse riuscivano a ricavare all’interno dei relativi distretti produttivi, in cui anche gli operatori di dimensioni più ridotte potevano attingere a sinergie sia a monte che a valle possibili in altri contesti solo per aziende di ben più significative dimensioni. Il punto di svolta è stato costituito dalla globalizzazione che, facendo comparire sul mercato pressioni competitive provenienti da geografie inedite, ha sostanzialmente messo in crisi il modello del distretto produttivo, crisi che è stata amplificata dalla sempre più insostenibile inefficienza della macchina pubblica e dalla conseguente onerositá sul sistema produttivo unita alla crisi del sistema bancario che, venuta meno la protezione competitiva risultante dalla capacitá di attingere all’ingente risparmio privato per sottoscrivere titoli di stato redditizi e sostanzialmente privi di rischio, si é trovato a fronteggiare il gap di modernitá, efficienza e conseguente profittabilitá rispetto ai competitor stranieri con la conseguente necessitá di ridurre gli impieghi verso il settore privato.

In questo senso risulta evidentemente anacronistica la posizione di chi difende l’italianità delle strutture proprietarie delle nostre imprese. In uno scenario di desertificazione produttiva del Paese, va invece salutato con favore chi investe nelle nostre imprese, apportando risorse finanziarie e manageriali sempre più necessarie in uno scenario competitivo globale.

In realtà la vera questione non risiede nella nazionalità degli azionisti delle nostre imprese ma, da un lato, come fare si che i nostri gruppi possano essere non solo prede ma anche consolidatori all’interno dei propri settori di riferimento e, dall’altro, come evitare che l’acquisizione dei nostri gruppi da parte di controparti estere determini spostamenti di attivitá produttive fuori dai confini nazionali.

In merito alla prima questione, per quanto non manchino casi di Gruppi Italiani che da anni agiscono da consolidatori a livello internazionale (quali, ad esempio, Luxottica, il Gruppo Della Valle o Campari), é evidente la necessità da un lato di creare in seno all’imprenditoria italiana una cultura dell’apertura della struttura proprietaria delle nostre aziende e, dall’altro, di stimolare sia l’aggregazione di imprese attive nei medesimi mercati di riferimento sia  la creazione di un vero mercato del capitale di rischio, che sia tramite lo stimolo alla quotazione in Borsa o tramite l’attrazione di investitori in Private Equity e Venture Capital, magari mutuando le politiche in termini di ridotta tassazione dei capital gain, di incentivazione fiscale per quanto riguarda la capitalizzazione delle imprese e di sostegno pubblico all’investimento privato adottate da molti altri Paesi, Israele  in primis.

Sulla seconda questione bisogna agire sulla riforma del sistema Paese nell’ottica di incentivare la presenza imprenditoriale. Le leve per questo fine sono quelle note, dalla riforma del mercato del lavoro all’insegna della flessibilità in entrata ed uscita, alla semplificazione della burocrazia che oggi costituisce un ulteriore balzello, per quanto occulto, sulle imprese attive sul territorio, alla riduzione della pressione fiscale, specialmente per chi decide di investire nel Paese (per esempio tramite la detassazione degli utili derivanti da brevetti depositati nel Paese a patto di stabilirvi le attivitá di ricerca e sviluppo), al ridisegno della formazione professionale al fine di riqualificare il concetto di distretto produttivo e rendere meno economica la delocalizzazione produttiva, alla riforma del diritto civile nella direzione della certezza e rapiditá dello stesso, alla lotta a corruzione e criminalitá organizzata, vere e proprie barriere all’investimento in molti dei nostri territori.

In sintesi è tempo che il nostro sistema economico maturi. Non è uno scandalo che i nostri gruppi siano acquisiti da investitori internazionali, mentre lo è quando sono costretti a non crescere, a delocalizzare la produzione o peggio ancora a uscire dal mercato a causa dei tanti ostacoli posti dal sistema.

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