Gli imprenditori italiani devono imparare a non fare il passo più lungo della gamba. Rinunciando ad essere rentiers. La vicenda Loro Piana (e non solo) analizzata, in una conversazione con Formiche.net, dall'economista e storico Giulio Sapelli.

Loro Piana è un’azienda dalle grandi capacità ma esposta come altre ai venti della crisi, soprattutto se si fa il passo più lungo della gamba. Troppa ambizione, in sostanza, senza le spalle larghe a sufficienza per reggere il confronto internazionale. Così l’economista e storico Giulio Sapelli, docente dell’Università statale di Milano, inquadra la vendita dell’80% della perla del cachemire Loro Piana al gruppo Louis Vuitton Moet Chandon (Lvmh) del francese Bernard Arnault per due miliardi di euro.

Piccolo, grande imprenditore

“Loro Piana – commenta Sapelli in una conversazione con Formiche.net – è voluta diventare una grande impresa senza avere le capacità manageriali adeguate, e senza un sistema Paese e bancario che la sostenessero. Se i fratelli Sergio e Pigi fossero stati meno ambiziosi, avrebbero potuto continuare ad essere un punto d’eccellenza, contando su profitti minori. Se il piccolo e medio imprenditore vuole avere successo – prosegue Sapelli – deve rassegnarsi a rimanere di quelle dimensioni. Inutile montarsi la testa quando l’Italia non offre le strutture adeguate di sostegno all’industria, alle Pmi e all’export. E non ci sono banche che sappiano accompagnare le imprese di medie dimensioni in giro per il mondo”.

Le mire di Arnault

Perché decidere un salto di qualità quando poi non si riesce a reggere l’urto? L’unico risultato, secondo Sapelli, “è diventare preda dei grandi gruppi stranieri. D’altra parte, la Lvmh di Arnault avrà tutto l’interesse a che Loro Piana resti italiana, evitando di sicuro di farla crescere a livello dimensionale. E’ la sua struttura a renderla un punto d’eccellenza del Made in Italy”.

Banche assenti

Un passo più lungo della gamba per Loro Piana, che comunque, “è finita in buone mani. Quello di Arnault è un gruppo di grandi capacità manageriali, mentre noi italiani non abbiamo una catena o delle banche e delle istituzioni adeguate per sostenere l’export delle nostre imprese”, sottolinea.

Il ruolo dello Stato

Ma, soprattutto, basta con “la stupida idea liberista che lo Stato non deve agire – dice Sapelli-. Bisogna invece lasciare libera l’impresa e far agire lo Stato. Il mercato, d’altra parte, lo fa la spada del sovrano. Naturalmente un’impresa è più libera quando il governo è forte e autorevole. Basta guardare agli Usa e al loro Small Business Act per il sostegno del settore privato”.

Gli imprenditori rentier

La colpa, quindi, è anche degli imprenditori italiani, “che si nobilizzano, proprio come succedeva nel ‘600. Snobbano la dignità dell’essere imprenditori, si trasformano in rentiers, e così educano i loro figli”. Come affrontare il problema? “Mandando i loro rampolli in azienda anziché a fare master”. Quegli stessi corsi che “pongono le aziende in pericolo di vita. Più si fanno master, più le aziende muoiono”, sbotta.

L’ottimismo sul governo Letta

Ma Sapelli si dice ottimista per il futuro del made in Italy. “Il premier Enrico Letta e il suo vice Angelino Alfano sono due vecchi democristiani che si sono ritrovati, ma che non camminano in ginocchio in Europa come ha fatto il bocconiano Mario Monti”. Il nuovo governo, secondo l’economista, “ha già vinto la sua battaglia a Bruxelles sulla disoccupazione giovanile”. Un miliardo e mezzo di risorse per l’Italia bastano per dichiarare vinta la battaglia? “Sono un buon inizio”, conclude.

Condividi tramite