Il ministero è salvo, il ministro non troppo e il governo barcolla. Le dimissioni del capo di gabinetto del Viminale, Procaccini, più che risolvere hanno ingarbugliato la vicenda kazaka che sta squassando il governo, e non solo il governo.

Procaccini non è un mero funzionario dello Stato o delle Forze dell’ordine. Bensì, proprio perché è stato capo di gabinetto del Viminale, ha avuto una funzione politica (da strettissimo collaboratore) e non meramente tecnica. Quindi il caso coinvolge di fatto anche il suo superiore, ovvero il ministro dell’Interno, Angelino Alfano. E infatti la ricostruzione che Procaccini ha fornito oggi sia a Corriere della Sera che a Repubblica (che però l’ha un po’ eclissata) è inequivocabile, salvo poi precisare che non è contraddizione con le parole di Alfano.

Una responsabilità, quella di Alfano, valida in entrambe le versioni possibili: sia in quella che non era stato al corrente di ciò che faceva Procaccini (cosa improbabile, secondo l’ex ministro dell’Interno, Claudio Scajola, collega di partito di Alfano), sia nel caso che fosse stato al corrente. Di riffa o di raffa, Alfano è responsabile non meno di Procaccini. Ecco perché la faccenda, con le dimissioni del capo di gabinetto del Viminale, si ingarbuglia più che risolversi. E la versione di Procaccini suona come una sconfessione di fatto della ricostruzione di Alfano in Parlamento.

Gli effetti non potranno non riverberarsi sull’intero esecutivo, come ha notato pure l’Unità che ha puntato il dito anche sul dicastero degli Esteri retto da Emma Bonino con alcune domande non proprio peregrine.

Sullo sfondo, si scalda Matteo Renziormai in attesa delle urne con un programma che vira negli ultimi tempi verso sinistra. Finora i vertici di Pdl e Pd preferiscono il certo (il governo di larghe intese) all’incerto (nuove elezioni). Ma se la candidatura alla premiership di Renzi si consolida, anche grazie al tour europeo visto di buon occhio pure da Massimo D’Alema, chissà se il gruppo dirigente del Pd non possa preferire il voto anticipato. Ma Silvio Berlusconi derubrica il caso a una questione di burocratici e blinda Alfano.

Resta da vedere quale sia l’idea di Giorgio Napolitano, per nulla soddisfatto della gestione del dossier Kazakhstan, anche se finora non ha proferito parola.

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