Il vertice del Cisr segnala che Roma si prepara ad una stagione di forte instabilità sulla frontiera sud dell'Europa.

Si è riunito venerdì scorso il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica che ha discusso, tra le altre cose, le implicazioni dell’attuale fase di tensione ed instabilità che caratterizza la sponda meridionale del Mediterraneo, con particolare riguardo agli sviluppi in Egitto, alla guerra civile in Siria e alle preoccupazioni relative alla Libia (si legga: fuga degli al-qaedisti dal carcere di Bengasi).

Ruoli incrociati nel contesto mediterraneo
Siria, Libia ed Egitto: tre Paesi che costituivano, fino agli anni Ottanta-Novanta, due fronti separati del Mediterraneo. A Tripoli Muhammar Gheddafi e a Damasco Assad senior rappresentavano ed armavano il “fronte del rifiuto“: rifiuto dell’esistenza di Israele, del dialogo con l’Occidente e della strategia di penetrazione americana veicolata in primo luogo dall’Arabia Saudita; al Cairo invece regnava Mubarak che rappresentava il punto di riferimento per una politica estera araba “moderata”, non socialista e non pregiudizialmente anti-occidentale.

Oggi la distinzione tra radicalismo e moderatismo arabo è ormai superata nei fatti, più che nelle ideologie. Già Gheddafi ed Assad incarnavano anche politiche “moderatrici” nel Libano e nel Mediterraneo. Sotto la coltre ufficiale nasseriana in Egitto covava invece la fiammata fondamentalista che avrebbe riempito gli interstizi sunniti tra Al Qaeda e Fratellanza musulmana nei primi anni Duemila, e che avrebbe cercato nei campi di battaglia dell’Irak un test (almeno parzialmente fallimentare) della propria forza militare. Ma soprattutto la stella polare del moderatismo filo-americano, la dinastia saudita, produceva una ramificazione, una scheggia impazzita me ben organizzata, che avrebbe portato all’11 settembre.

I fondamentalisti nervosi cercano lo scontro
Per vincere, gli islamisti avrebbero bisogno di “cento, mille Fallujha”, ovvero di diversi focolai di scontro con le forze armate americane, che pure nella battaglia per la conquista della città a ovest di Baghdad dimostrarono una schiacciante capacità controinsurrezionale. Ma gli Usa oggi sfuggono ad un confronto di forze paragonabile a quello che si svolse nel 2004 nella roccaforte dell’insurrezione irakena. La fiducia operativa di Obama verso l’uso di piccoli gruppi di forze speciali, assistiti da droni e radar ad altissima quota, come in Yemen e Pakistan, continua ad eludere la necessità che questi gruppi hanno di misurarsi con forze convenzionali per dimostrare a se stesse, ai concorrenti e alla base elettorale dei governi della regione la loro capacità di spostare gli equilibri. Al tempo stesso, l’atteggiamento americano di relativa astinenza rende più nervose le dirigenze islamiste-radicali, in cerca di un colpo di teatro sanguinoso che riapra una nuova stagione di reclutamento. Di qui, come sottolinea il comunicato del Comitato interministeriale di venerdì, la “necessità di intensificare l’impegno per continuare a contribuire agli sforzi che l’Europa e la comunità internazionale stanno compiendo per promuovere la stabilizzazio

Antenne tricolori puntate a Sud
Con la spedizione multinazionale in Libano nel 1982-83 l’Italia si ritagliò un ruolo in quell’area proporzionato alla presenza commerciale ed economica delle nostre imprese nel Medio Oriente e rispecchiante l’equilibrio degli interessi americani tra Paesi arabi ed Israele. Vent’anni di precedenti accorte politiche all’interno e sulla frontiera meridionale della Nato e dell’Europa, con contributi di tutte le forze politiche democratiche, produssero un buon risultato in termini di influenza. Quel patrimonio è svanito ed è impossibile pensare di vivere di una rendita gloriosa, ma costruita in un’altra era geopolitica. Per fortuna i vertici istituzionali dello Stato ne appaiono ormai pienamente consapevoli.

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