Edoardo Petti ha pubblicato un interessante articolo dal titolo “la legge sull’omofobia mina la libertà di pensiero?

Vorrei provare a rispondere a questa domanda come posso. Senza pretendere di convincere chi non è della mia stessa opinione.

Non conosco le posizioni di Edoardo Petti su questo tema, le mie credo siano ben note. Sono a favore di un pieno riconoscimento di tutti i diritti previsti oggi per le persone eterosessuali, anche a omosessuali e transessuali. Sono fermamente convinto che sia necessaria una legge contro l’omofobia e la transfobia (anche se questi termini sono ambigui e non mi piacciono molto), che occorra consentire il matrimonio tra persone dello stesso sesso (poiché la famiglia non è solo quella di stampo cristiano-cattolica) e che queste possano anche accedere all’istituto dell’adozione (poiché l’adozione non è un diritto della coppia, ma un diritto del bambino ad avere una famiglia, dell’affetto e un futuro; il che è molto diverso dal dire che tale diritto è delle coppie che intendono adottare).

Quando viene citata la “libertà di espressione” è sempre opportuno chiarire che avere la libertà di esprimere il proprio pensiero non include (poiché è specificato nella legge che ci siamo dati e che comunemente riconosciamo)  offendere o minacciare e non può essere un pretesto per violare la dignità delle altre persone.

In una lettera pubblicata su Huffington Post, il consigliere nazionale di Arcigay Luca Trentini, cita le parole della Corte di Cassazione proprio su questo aspetto: “il diritto alla libera manifestazione del pensiero, tutelato dall’art. 21 cost., non può essere esteso fino alla giustificazione di atti o comportamenti che, pur estrinsecandosi in un’esternazione delle proprie convinzioni, ledono tuttavia altri principi di rilevanza costituzionale ed i valori tutelati dall’ordinamento giuridico interno e internazionale” (sentenza 28 febbraio 2001, n. 341)”.

La famosissima e citatissima Legge Mancino, in vigore ormai da 20 anni, punisce chi manifesta a favore del nazifascismo (e delle sue posizioni razziste e xenofobe), riprendendo poi il reato di apologia del fascismo indicato già nella Legge Scelba del 1952. Spesso, proprio in virtù della libertà di opinione, si è cercato di avallare il fatto che “riconoscersi” nei valori del fascismo è lecito perché è espressione libera della propria “fede politica” e dunque si voleva affermare che anche propagandare le idee del nazifascimo era lecito. Ma siccome le libertà e i limiti ad esse sono definiti dalla legge (poiché non esistono in natura diritti e doveri né libertà, sono semmai esiti delle esperienze storiche e culturali), propagandare il fascismo è reato in Italia (sancito per altro nella Costituzione, in questo caso) come lo è incitare all’odio sulla base delle diversità di visioni religiose o per il colore della pelle. In questo caso (eccetto forza nuova e le forze di estrema destra che vorrebbero ricreare qualche cosa di simile al fascismo) chi sente leso il diritto ad esprimere le proprie idee?

La legge sull’omofobia e la transfobia attualmente allo studio delle camere, non è la migliore legge possibile, come accade molto spesso, ma lo scopo è urgente e importante poiché mentre le altre grandi nazioni europee, che certo non hanno problemi di rispetto dell’opinione altrui nei propri confini, hanno addirittura varato leggi sul same-sex marriage, l’Italia può essere paragonata ancora alla Russia, una democrazia ancora non compiuta. Dove per legge è negato il principio di libertà d’espressione in modo palese, con l’approvazione da parte della DUMA della legge “anti-gay” sulla propaganda (ossia essere ciò che si è in pubblico).

Mi sembra che l’Italia, uno dei grandi Paesi occidentali e fondatore dell’Unione Europea, debba anelare a raggiungere gli standard di civiltà e di libertà dei Paesi democratici e non avvicinarsi pericolosamente a società di dubbia democraticità. Ma tant’è.

Mi sembra molto ovvio trovare le differenze tra chi afferma che “l’omosessualità è una condizione non naturale” e chi afferma “gli omosessuali in quanto omosessuali devono essere sterminati“. E la risposta/spiegazione offerta dall’On. Binetti mi sembra davvero ingenua e in malafede. Non troviarsi in accordo su una legge che condanna azioni violente giustificate sul fatto che la vittima è omosessuale, per evitare poi in futuro di poter avere una concessioni di maggiori diritti a queste persone, magari quando la On. Binetti non sarà più in Parlamento, mi sembra assurdo.

Ognuno ha e manterrà sempre le proprie opinioni, ma è compito dello Stato laico e rispettoso di ciascuno dei propri cittadini, fare una cesura. Una legge contro l’omofobia non sarebbe solo giusta e attesa, ma anche a tutela della libertà di espressione, poiché lo Stato definirebbe in modo chiaro cosa è libero pensiero e cosa non lo è (inutile fingersi scandalizzati, ma è la legge a definire le libertà che abbiamo e le limitazioni): così  sarebbero riconosciute le differenze tra chi è in disaccordo e lotta per una sua idea di società e di famiglia e chi vuole utilizzare una caratteristica di una persona come pretesto per fomentare odio, realizzare violenza e giustificare, magari, politiche repressive e limitative delle libertà di queste persone. Dopotutto, gli omosessuali erano una delle categorie oggetto di interesse delle leggi naziste. Non furono solo gli ebrei i deportati, ma anche omosessuali, storpi e rom. Sarebbe bene ricordarselo ogni tanto.

Se la società fosse sufficientemente aperta e tollerante, la legge in questione non sarebbe necessaria. Purtroppo, però, in Italia come altrove (in Russia per esempio), essere omosessuale è considerato da molte (per fortuna sempre meno) persone un problema e un oltraggio, tanto da giustificare azioni violente. Così un padre uccide il figlio perché è gayun gruppo di ragazzi intercetta e aggredisce una coppia omosessuale, vede che sono mano nella mano e con offese non neutre rispetto all’orientamento sessuale dei due (froci di m….a) consuma la violenza, ma possiamo continuare con i casi che si leggono sui giornali e sulle cronache localistupri punitivi da parte di fantomatici gruppi eterosessuali rieducatori di gay e lesbiche, pestaggi, minacce e intimidazioni, e via dicendo.

Mi stupisce che Piero Ostellino sul Corriere abbia scritto un articolo chiedendosi perché un suo eventuale pestaggio vale meno di un pestaggio a un “gay”. Va da sé che picchiare una persona è un reato, il codice penale lo stabilisce.  La polemica in questo caso mi sembra davvero sterile, pretestuosa e soprattutto superficiale. La legge prevede limiti e sanzioni anche per educare. Lo scopo del carcere è di rieducare i membri ordinari della società che hanno infranto norme e regole comuni.

Le aggravanti servono allora anche per denunciare alla società che c’è una tendenza sbagliata (a meno che non la si voglia giustificare e reputare lecita) e che dunque ogni atteggiamento fino a quel momento considerato lecito ora non lo è più. Se nel 1950 uccidere la moglie adultera era sì punito, ma giustificato con la salvaguardia dell’onore, oggi non è più così. Se ieri offendere e picchiare un omosessuale, perché omosessuale era lecito e anzi dovuto, oggi se passa la legge, non lo è più e dunque ogni fenomeno di razzismo e omofobia avranno (spero) una sanzione simbolica aggiuntiva, poiché deve essere chiaro a tutti che tale violenza non ha giustificazioni. Non è legittima difesa ammazzare o picchiare un ragazzo gay che ti ha guardato con uno sguardo che tu hai reputato “lesivo”, come nel caso Shepard negli USA.

Lo scopo di queste leggi e aggravanti è di diventare superflue, poichè ciò significherebbe che fermo restando il diritto di dissentire rispetto a idee, comportamenti e ogni altro aspetto della vita, le violenze e le aggresioni sono evaporate. Una legge contro l’omofobia dovrebbe essere salutata positivamente anche da coloro che sostengono la famiglia cattolica e i valori cristiani, proprio in virtù di questa fede che ha la sua base sul concetto di “amore”.

Mi piacerebbe, piuttosto, che ad ogni legge che mira a controllare ed eliminare le violenze basate sull’odio per la diversità (omofobia, transfobia e femminicidio) fosse correlata un’azione formativa ed educativa. La società cambia inesorabilmente, che lo si voglia o meno, anche i valori spesso cambiano credo che la cosa importante sia indirizzare il cambiamento e per farlo occorre educare. Queste leggi non sarebbero necessarie se ci fosse una cultura di genere più sviluppata, come nel nord Europa. Purtroppo ogni innovazione legislativa si riduce poi a poca cosa, in Italia e il coraggio di abbracciare il cambiamento e di ammaestrarlo non c’è mai abbastanza.

 

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