Anche il mitico kalashnikov è finito nel tritacarne della comunicazione. Dell’impossibile eppure reale, per dirla con Mario Perniola. Esempio buono per farne un paradosso della comunicazione. Di questa misera nostra epoca, quella del presentismo. Come le donne islamiche della Malesia che partecipano alle corse di rally, rally che viene da railler e che vuol dire canzonare, e che si prendono gioco, al tempo stesso, del consumismo occidentale e del puritanesimo islamico correndo  tra le dune di un deserto quello indotto dalla scarica delle lampade dei tubi catodici della comunicazione dell’evento, qualunque esso sia. Purché mediaticamente rilevante.
Prima dell’undici settembre non sarebbe capitato. Di vedere un documentario, che è la maniera degli spot televisivi in Russia, del nuovo modello di kalashnikov. Ridotto a profumo, a una comune utilitaria da smerciare.
Ai tempi della guerra fredda, c’era tutto un gioco di spinte e controspinte. Si doveva far sapere al nemico delle innovazioni tecnologiche della propria industria bellica per intimidire l’avversario. E questo far sapere, celato ai più, in questo grande gioco che si svolgeva sul planisfero, sulla scacchiera della geopolitica, garantiva la stabilità della pace. C’era tutta la sacra arte della guerra. Di nervi e di diplomazia. Gli ambasciatori, non erano dei direttori marketing, erano persone che sapevano stare al mondo. Altro che Muos allora, a questi diplomatici bastava interrogare i propri epiteli nasali, il loro ciclo di krebs per capire cosa dire e come dirlo. Simulator ac dissimulator. Alla sera sul comodino, oltre al proprio testo sacro di riferimento, avevano il Principe con le pagine anche loro messe a origliare l’avversario tanto erano piene di orecchie per non perdere il segno. Per ripassare i dettati del fiorentino su cui appoggiarsi il mattino dopo.
Obama con le sue ombre, con la sua bassa statura, ha oscurato con la sua opaca luce riflessa Putin. Il quale, non potendo agire, condannato a non decidere, nel disfacimento dell’autorevolezza diplomatica, nella debolezza politica prima ancora che economica, è ridotto a fare una televendita del kalashnikov manco fosse un tappeto persiano. Ecco il testo dello spot: – L’Ak-12 resterà un’arma semplice (utilizzabile anche da una persona menomata di un braccio) ma sarà ancora più precisa, affidabile e resistente, con un calcio telescopico ritraibile, un caricatore inseribile sul lato sinistro per i mancini, un visore notturno, la possibilità di sparare un colpo singolo, tre colpi in serie o a raffica.
Il nuovo kalashnikov sarà quasi indistruttibile, resistente a urti e cadute, nonché a temperature estreme. Userà i calibri “classici” 5.45 e 7.62 e verrà usato come piattaforma per una ventina di versioni (militari e sportive) – .

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