Alla vigilia del G20 e subito dopo l’incontro a Mosca con Vladimir Putin, il presidente armeno, Serzh Sargsyan (nella foto), ha annunciato la volontà di aderire all’Unione doganale con la Russia. Ma, subito dopo, ha anche sottolineato di voler continuare il percorso di integrazione europea. L’obiettivo di Yerevan resta la firma dell’accordo di associazione con l’UE (insieme a Ucraina, Georgia e Moldova) in occasione del vertice del partenariato orientale che si terrà a novembre a Vilnius.

Politica dei due forni? In realtà l’Armenia non ha avuto scelta, messa con le spalle al muro dalle pressioni del Cremlino. Un piccolo frammento del più complesso processo di riorientamento dei rapporti UE-Russia a partire dal 2009 quando, all’indomani della guerra in Georgia, Bruxelles lanciò l’ambizioso progetto del partenariato orientale, che avrebbe dovuto traghettare verso l’Europa sei repubbliche ex-sovietiche (Armenia, Azerbaijan, Georgia, Ucraina, Moldavia e Bielorussia). Il piano prevedeva di ancorare questi paesi all’UE grazie ad accordi di associazione e di libero scambio, base fondamentale per costruire e consolidare un’integrazione sia politica che economica.

Ma, in un clima di estrema tensione, Mosca contrappone a Bruxelles una narrativa politica contrastante, con un modello di integrazione basato sull’Unione doganale e sull’Unione euroasiatica, da contenuti e scopi ancora poco traparenti e fondamentalmente distanti dal cuore dei valori europei.

In più, la Federazione russa esercita pesantemente i suoi strumenti di pressione politico-economici contro ognuno dei quattro potenziali firmatari dell’accordo di associazione con la UE (Azerbaijan e Bielorussia sono stati immediatamente esclusi dal tavolo dei negoziati con Bruxelles a causa del loro deficit democratico). Con l’Ucraina la Russia ha in atto una guerra sulle importazioni e i dazi doganali. La Moldavia è nel mirino di Mosca sul conflitto congelato in Transnistria, mentre l’Armenia è sotto scacco per la sua dipendenza energetica e per il conflitto in Nagorno Karabakh, che rende i confini con l’Azerbaijan ancora instabili.

L’impressione è che la firma di Yerevan per l’Unione doganale con la Russia sia stata una scelta obbligata, ma l’Armenia non ha smesso di guardare all’Europa, con la quale condivide obiettivi e valori. Tanto che, alla vigilia del vertice di Vilnius, i paesi baltici e scandinavi puntano il dito contro Mosca, condannando la rete di pressioni russe ai danni delle loro ex repubbliche. Ma anche l’UE non può né deve permettersi di perdere la sfida del partenariato orientale. Non è solo una questione di faccia, ma anche di sostanza. Ne va della credibilità dell’intero modello europeo e sarebbe un messaggio di estrema debolezza nei confronti del Cremlino, che oggi più che mai si sente tornato ai fasti della potenza che fu.

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