Siamo tutti berlusconiani, nonostante il fallimento delle passate azioni di governo di Silvio Berlusconi, peraltro ammesse dal diretto interessato. Ed è un paradosso tragicomico, ma solo all’apparenza.

Sono berlusconiani i suoi principali avversari, quelli rappresentati da una sinistra litigiosa ed inconcludente che, nelle immediate dichiarazioni del suo segretario, ancora una volta manifesta tutta la miopia e l’inconsistenza politica di un partito che negli anni è riuscito divinizzare la figura di un politico rendendolo un martire perseguitato agli occhi dei suoi fedeli. Più volte abbiamo avuto modo di ribadire l’aspetto fideistico che lega il Cavaliere ai suoi milioni di elettori e più volte i leader che si sono succeduti alla guida di quella parte cattocomunista ci hanno sbattuto il muso, ottenendo solo il risultato di romperselo.

E lo stesso Renzi, capace solo un anno fa di riscuotere simpatie anche tra i fedeli di Arcore, ha poi virato nella sciagurata direzione di commettere il medesimo errore. Lusingato e illuso dagli endorsement ricevuti dall’apparato gerarchico, soddisfatta la sua legittima quanto smisurata ambizione, pare non accorgersi che andrà a pescare nello stesso stagno dove si sono dilettati i precedenti segretari: bene che gli vada, prenderà i soliti pesci per poi fare la fine dei suoi miseri colleghi.

Grillo? Avendo sprecato l’occasione del successo elettorale, il suo movimento si è avvitato in azioni da movimento adolescenziale, non capendo ancora oggi, a distanza di mesi, che il Parlamento non è una assemblea liceale. Alla fine, è il più berlusconiano di tutti.

Sono politicamente berlusconiani i giudici che hanno condannato il Cavaliere. Senza tornare nel merito delle sentenze o della stucchevole questione sulla legge uguale per tutti dei bacchettoni moralisti, è innegabile la sensazione sempre più diffusa tra i cittadini di un uso strumentale delle condanne inflitte per fini politici. Berlusconi ne è consapevole: sondaggi alla mano, il consenso di cui ancora gode nonostante le vicende che sta vivendo, non è semplicemente spiegabile solo con il fideistico rapporto di cui sopra. E da gran comunicatore quale è, le ha sfruttate e ne farà un pilastro della rinnovata Forza Italia di antica e nostalgica memoria per la sua futura battaglia personale e politica.

Il grande venditore – ed è un complimento dato che saper vendere è un talento ai più negato  – saprà poi venderle al popolo. E’ opportuno ricordare che fu proprio a causa della prima sentenza Mediaset che un Silvio Berlusconi fino ad allora intenzionato e disponibile a farsi da parte, dichiarò in una tesa conferenza stampa a Villa Gernetto, la sua decisione di voler affrontare in prima persona una nuova campagna elettorale. A quel tempo, i sondaggi davano il suo partito intorno al 12 per cento. Come sono andate poi le cose è all’evidenza di tutti, sostenitori ed avversari.

Sono berlusconiani persino i suoi avversari che appartengono a quell’area moderata – definizione oggi peraltro terribile, noiosa e priva di senso – provenienti dalla medesima storia e sensibilità culturale, costretti oggi all’irrilevanza politica a seguito di un fallimento annunciato e previsto. Sarà davvero curioso vedere come reagiranno alle parole del videomessaggio di Berlusconi: “Il peso dello Stato, delle tasse, della spesa pubblica è eccessivo: occorre imboccare la strada maestra del liberalismo che, quando è stata percorsa, ha sempre prodotto risultati positivi in tutti i Paesi dell’Occidente: qual è questa strada? Meno Stato, meno spesa pubblica, meno tasse”.

Leggendolo con il paraocchi del pregiudizio, con il vizio di pensare al futuro guardando allo specchietto retrovisore o, peggio ancora, barricandosi dietro alle vicende personali del Cavaliere degli ultimi vent’anni, sforzandosi solo nel tentativo di prenderne il posto, commetteranno l’errore maldestro ed imperdonabile già fatto nel recente passato. Paradossale sentire autoproclamarsi paladini della necessità di riformare il Paese – peraltro evidente –  da chi poi fa di tutto per avere percentuali da farmacista in Parlamento.

L’Italia ha bisogno di una nuova Margaret Thatcher, ma nemmeno la Lady di Ferro avrebbe potuto fare ciò che ha fatto se non avesse avuto i numeri dalla sua parte. Troppi, nel panorama politico italiano riconducibile all’area liberale di centrodestra, sembrano dimenticare una vecchia ma sempre valida regola: in democrazia, chi governa ha sempre ragione. Nel caso, si dovrebbe invece pensare a come mettere chi governa nelle condizioni di poterlo fare davvero, mentre da noi le coalizioni si sono tristemente rivelate solo ingannevoli ed improduttive alchimie elettorali. Ma questo è un altro discorso.

In conclusione, perde quindi di significato la questione sulla decadenza ed incandidabilità se non per quanto attiene la sfera privata degli affetti e dei diritti politici del cittadino Berlusconi. Il vecchio e combattivo leone non ha aspettato che altri chiudessero un’epoca: lo ha fatto lui e, contestualmente, ne ha aperta una nuova. Ovviamente, non nella maniera che molti suoi avversari speravano, ovvero rassegnandosi al suo destino di esule in quel di Arcore, in pomeriggi trascorsi a passeggiare nel parco, pensando magari ai soli bisognini di Dudù. Il leader, ancora una volta, ha estratto il fazzoletto dalla tasca, ha ripulito la sedia e, con Forza Italia, ritorna al futuro. Con buona pace dei vari Travaglio.

L’auspicio è che i berlusconiani, sia i consapevoli sia quelli a loro insaputa, ne prendano semplicemente atto.

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