priebke_interna-nuova

Leggo, a proposito della morte dell’ss Priebke, che Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana, ha dichiarato: “non riesco a provare ne’ pieta’ ne’ gioia, non mi viene ne’ da piangere ne’ da sorridere per la morte di quello che era un essere vivente, non un uomo”. “priebke – ricorda il presidente della comunita’ ebraica – non si e’ mai pentito, ha sempre raccontato una versione non vera, quella di aver dovuto obbedire a degli ordini, ma nella realta’ non ebbe alcun esitazione di fronte a quei vivi che, posati sui morti e raggiunti da un colpo alla nuca, si ammucchiavano fino a formare una orribile catasta di oltre 300 corpi.

Capisco l’amarezza di pacifici. ma una persona, anche la più infame, è sempre un uomo. quella tra “uomini” ed “essere viventi” è una distinzione all’origine delle ideologie che hanno determinato gran parte dei crimini del xx secolo. riproporre, ancora oggi, detta distinzione è pericolosissimo perché solo professando il rispetto dell’essere umano, a prescindere dai meriti e/o demeriti personali, possiamo scongiurare che domani altri si arroghino il diritto, come accaduto in passato, di decidere quando o a quali condizioni un essere vivente sia un uomo.

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