Ogni primo venerdì del mese, a Downtown Phoenix, sulla Roosevelt Street, si tiene una festa molto caratteristica. Centinaia di persone si riversano per strada, affollano le tante gallerie d’arte aperte – dove, con grande stupore, si trovano anche artisti italiani, stavolta salentini, venuti qui a presentare le loro opere. Questo è il First Friday, manifestazione colorata e frizzante della cultura pop americana.

Phoenix, AZ, USA – La Roosevelt Street comincia a popolarsi già dalle sei del pomeriggio, tanti piccoli locali, che da fuori sembrano abitazioni o capannoni, accendono le luci e cominciano ad ospitare i curiosi passanti che, armati di bibite – big size, of course – e di curiosità, entrano ad ammirare quadri, sculture, roba vintage e stranezze varie. Stranezze, sì, così posso apparire queste forme d’arte del Far West, dove vige la cultura pop. Fuori, lungo la strada, poliziotti in bicicletta o fermi agli incroci con le moto parcheggiate agevolano lo scorrimento della fiumana di gente che festeggia il primo venerdì del mese, una tradizione a Downtown Phoenix, il centro della quinta città americana.

In queste gallerie d’arte si può vedere come gli americani abbiano un modo diverso di rapportarsi con la cultura rispetto a noi europei: sono meno pretenziosi, meno sbruffoni, meno “saputelli”. I luoghi dell’arte in Europa – musei, gallerie – hanno la sacralità delle chiese e l’aria lugubre dei cimiteri. Le persone che frequentano questi posti sono spesso spaurite, saccenti o in adorazione, proprio come di fronte ad una salma. Qui, invece, l’arte è viva e si offre alle persone, che se la godono bevendo e ridendo, con fare scomposto. A noi sembrano ignoranti, questi americani. In realtà trattano la cultura come un qualsiasi altro prodotto umano. Lo usano, se lo godono davvero.

In una galleria d’arte in Italia sarebbe stati tutti attenti all’estetica del personale, dall’abbigliamento alla posa migliore con cui atteggiarsi, ci sarebbe stato tutto un susseguirsi di ossequiosi sguardi reciproci tra gli avventori – fintamente concentrati come se fossero critici d’arte – per poi concludere tutto con un rinfresco. Qui a Phoenix, al posto del rinfresco ci sono i camioncini che vendono tacos, fried bread e paletas, in un intonato mescolarsi di pietanze americane con la cucina del vicino Messico. Anche questo è pop, ed è il popolo a goderselo, un popolo composto da una sola grande classe media, che non guarda dall’alto in basso il prossimo, perché non ne ha bisogno, non se ne cura, ha altro a cui pensare. Divertirsi, ad esempio.

Nel trambusto americano di questa festa mobile si trova, sulla parallela della trafficata Roosevelt, la Garfield Street, una galleria un po’ meno trafficata, al cui interno sono appese alcune foto e un cartellone con delle didascalie. È lu Cafausu, ossia l’arte salentina che vola a Phoenix. Per Cafausu si intende una costruzione antica, tipica del paesaggio salentino, una via di mezzo tra una dependance e un piccolo chiosco in giardino, che successivamente ha acquisito una connotazione votiva, con finalità di culto. La sfida di questi artisti è di raccontare la tradizione salentina in chiave moderna, in chiave pop, appunto. «È una metafora – dicono – di qualcosa che è, allo stesso tempo, centrale e marginale, dove le contraddizioni estetiche incontrano i significati (o forse la mancanza di qualsiasi significato) del nostro tempo. È un posto immaginario che esiste realmente».

Uscendo da Combine – la galleria in cui espongono gli artisti salentini – ci si rituffa sulla Roosevelt Street, tra i passanti e gli artisti di strada, che strimpellano con chitarre elettriche compiendo delle evoluzioni degne – quasi! – di Jimmy Hendrix o che fanno i giocolieri con palline luminose, dai colori psichedelici.

Ecco la pop art, l’arte a misura di tutti, forte, aggressiva, d’impatto.

Twitter @FraOnorato

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