Ecco le regole che fanno chiudere i teatri

Ecco le regole che fanno chiudere i teatri

Per vedere l’opera lirica, (e per comprendere il travaglio all’interno del Partito Democratico), si dovrà andare nell’Himalaya – come si usava fare negli anni Settanta quando si andava a meditare per davvero tra le vette senza cedere alle tentazioni dei “guru” viaggianti per “transcendental meditations” di massa in saloni di hotel.

Iniziamo dalla notizia (di cui possiamo mostrare anche belle foto). Il 12 ottobre è stato inaugurata “Opera Buthan”, alla presenza la presenza della regina madre e di molti ospiti stranieri, tra cui il console italiano in India, Cesare Bellier, ma anche di tanta gente del posto, incuriosita e affascinata dall’avvenimento. Lo spartito di Handel è stato proposto, grazie alla regia di Stefano Vizioli, interpolato con canti e danze della tradizione bhutanese, specialmente in quei momenti dove i link fra le due culture erano palesi e “familiari” ad entrambe le tipologie di pubblico.

Per esempio la morte di Acis è stata sottolineata da una Danza della Cremazione e dalla Canzone di Milarepa, due temi che collegano l’idea della morte e soprattutto del trapasso ad un altro stadio per quella cultura così lontana eppure vicina a noi. Molto successo hanno ottenuto anche le scene di Polifemo con gli Atsara, sorta di arlecchini locali mostrati come la corte del gigante, che hanno incredibili analogie con la nostra commedia dell’arte, facce quasi canine, vestiti di toppe, enormi attributi fallici sia nel costume che come accessorio.

La trasformazione in fiume di Acis è stata realizzata con un enorme tappeto di “seta tempesta”, che mossa dal vento e dagli artisti ha creato l’effetto “onda” finale che ha commosso e sorpreso il pubblico .Il coro della El Paso University of Texas era composto di giovanissimi dai 18 ai 27 anni, capitanati dalla loro eccellente professoressa Wilson che pure prendeva parte al gioco scenico ed i quattro solisti si sono disimpegnati con moltissimo onore.

Per il Bhutan si è trattato del loro primo incontro con il “genere” opera, visto che la loro cultura “spettacolare” è esclusivamente legata alla manifestazioni religiose, ho voluto quindi creare lo stesso tipo di rapporto che hanno con il loro pubblico creando un palcoscenico circondato da spettatori, evitando una analogia con il nostro concetto di “teatro- buca d’orchestra- spettatori”, ma ponendo dietro l’orchestra e circondando il palco, che non prevedeva scene ma si poggiava esclusivamente sulla energia e sulla “nudità” degli interpreti. l pubblico lo si poteva considerare come parte essenziale dello spettacolo. ed ha tributato un successo trionfale all’evento.

Tra pochi giorni, il 21 aprile, verrà inaugurato il teatro dell’Opera di Astana in Kazakistan con una produzione russo-italiana di Attila di Verdi. Un centinaio di teatri multifunzionali per l’opera, la concertistica e la sinfonica occidentale sono in vari stadi di costruzione in Asia (dall’Estremo Oriente in Asia Centrale). A metà novembre, approderà in tournée in Italia (ospite dell’Orchestra Sinfonica di Roma) Il Trovatore di Verdi nella produzione dell’Opera Nazionale di Cina.

In breve, non è solo in Germania e nel Nord America che si schiudono opportunità per artisti del settore (musicisti, cantanti, direttori d’orchestra). Mentre, in Italia e da dove si è diffusa nel mondo, i teatri chiudono ed i finanziatori privati alzano i tacchi e si dirigono altrove.

Come mai? Nel 2010, a fronte del debito crescente delle fondazioni liriche (allora 300 milioni di euro, ora 350 milioni di euro), il Parlamento ha approvato una legge quadro per mettere ordine nel settore in crisi soprattutto per mancanza di una efficace politica ed istruzione musicale da oltre cinquanta anni. A fine 2012, il governo ha varato un regolamento attuativo, che poneva paletti alle fondazioni: il finanziamento dello Stato veniva limitato al 50% dei costi, chi non riusciva a trovare il resto tramite sostegno da parte degli enti locali, sponsor e biglietteria , sarebbe diventato ‘un teatro di tradizione’ con finanziamenti modulati secondo l’effettiva produzione. Principio sano: perché finanziare la lirica dove il pubblico latita ed i privati non mostrano interesse. Al fine di funzionare efficacemente, questa regola avrebbe dovuto prevedere un riassetto delle agevolazioni tributarie alle erogazioni liberali alle attività culturali. La normativa è molto complessa, anche a ragione di una vera e propria stratificazione di norme in vigore. In estrema sintesi, però, la detraibilità d’imposta al 19% del contributo non incentiva la partecipazione dei privati. Si tratta di una percentuale decisamente inferiore a quella vigente in altri paesi. Per esempio in Francia si può detrarre 25% per le erogazioni per attività di conservazione e restauro, mentre in altri casi ci può essere una deduzione sino al 66% dell’importo erogato con il limite del 20% del reddito imponibile. Mentre negli Stati Uniti le donazioni sono interamente deducibili se a vantaggio delle organizzazioni di beneficenza o culturali. All’inizio della scorsa legislatura, era stata predisposta una revisione della normativa per allinearla ai livelli europei. Pare si sia persa nei meandri del Collegio Romano. La stampa specializzata auspicò che il nuovo Governo la avrebbe dovuta ripescare.

Invece, la legge proposta dall’esecutivo ed approvata frettolosamente dal Parlamento, va nella direzione opposta, come documentato su questa testata il 12 ottobre.

L’allarme lanciato da Formiche è stato immediatamente raccolto da La Scala e dal Piccolo Teatro, nonché da altri. L’Eni ha minacciato di uscire dalla Scala (di cui è socio). Altre imprese e banche hanno fatto passi analoghi.

Per quale motivo? Un ritorno di statalismo (anche quando i privati finanziano la cultura) evidenziato anche dalle vicende Alitalia e delle privatizzazioni sempre-annunciate-ma-mai-attuate? O qualcosa di specifico al settore?

Al Collegio Romano si mormora che il decreto “valore cultura” convertito in legge a tempo di record avrebbe un solo obiettivo: salvare il Maggio Musicale Fiorentino, commissariato ben tre volte negli ultimi 15 anni, con un debito di 32 milioni di euro (il Sindaco di Firenze, in un’intervista al ‘Corriere della Sera’, ha anche proposto un mutuo con una banca internazionale dando come garanzia reale Le Cascine- un po’ come se a Roma si offrisse il Palatino in garanzia o a Milano il Duomo) e con un disavanzo annuale di 5-7 milioni di euro. In breve un “cadeau” del Governo al Sindaco di Firenze, ma che scassa quel che resta delle fondazioni che funzionano. La protesta monta: si annunciano manifestazioni in occasione delle inaugurazioni di stagioni.

ultima modifica: 2013-10-19T10:00:01+00:00 da Giuseppe Pennisi