Delle lasse del Cantico del Santo di Assisi, Papa Francesco predilige l’ultima, quella meno conosciuta e meno evocata, quella che parla della Morte. Perché la morte riguarda tutti ma pochi, pochissimi, si preparano spiritualmente ad accoglierla. Anche in questo Papa Francesco dimostra il suo essere gesuita, la sua coerenza profonda con il dettato della Compagnia di Sant’Ignazio.
E per comprendere alcuni tratti, fortemente identitari di questo Papa, basta rileggere gli scritti di Daniello Bartoli. Uomo del seicento, storiografo della Compagnia che a Roma ricoprì l’incarico di fare memoria delle azioni della più potente macchina proselitrice che la Chiesa Cattolica abbia mai avuto.
Leggere Bartoli non è per nulla un sacrificio, anzi. Egli fu un insigne letterato prima ancora di essere teologo e storico. E la sua arte retorica fu messa al servizio della historia della Compagnia per rendere di più diffuso interesse, anche fuori del circolo dei dotti e degli uomini di Chiesa, i fatti della Chiesa e della Compagnia. Attraverso le opere del Bartoli, che ha vestito la storia dell’abito del romanzo, è possibile rintracciare i tratti, le peculiarità dell’azione delle milizie, terrene e spirituali, della Compagnia. Peculiarità che trovano conferma nei gesti e nelle dichiarazioni di questo Papa venuto dalla fine del Mondo.
Che è già il primo segnale rivelatore. La Compagnia non faceva altro, proprio nel seicento, che andare dall’inizio alla fine del Mondo per fabbricare nuovi cristiani. Attraverso l’opera di ambasciatori di grande levatura e carisma. Come i padri gesuiti Matteo Ricci e Michele Ruggiero. In Cina e Giappone. Sulla base dei resoconti dei suoi confratelli, della Cina e dell’impero cinese Bartoli ammira la possente macchina organizzatrice che riassume come: – un moto perpetuo che coincide con la più perfetta stasi -. Ecco.
La Chiesa gesuita è quell’organizzazione che coniuga l’azione alla stasi. L’azione nella vita terrena, nella società, nei fatti di ogni giorno e la stasi, intesa come unione mistica nella luce di Dio, cui quell’azione periferica, dall’inizio alla fine del Mondo, deve ricondurre il maggior numero di uomini.

Ecco, forse, la chiave di lettura per comprendere il farsi uomo comune alle prese con la quarta settimana di Papa Francesco: la sua appartenenza a una stirpe nobile e guerriera. Di essere milite dotato di una profonda spiritualità e capacità di dissimulazione intesa come quella capacità di celare la malinconia sotto una maschera dal volto sereno. C’è una perfetta analogia tra i militi della Compagnia e i samurai che i confratelli gesuiti del seicento ebbero a vedere. E c’è perfetta analogia tra questi tempi in cui l’umanità, avvelenata dalla precarietà e dall’egoismo, dall’assenza di punti di riferimento e della mancanza di un senso profondo da dare alla vita in una visione prospettica di lungo periodo, traballa, tra questa Chiesa intesa come organizzazione e intendenza clericale sconquassata dall’opacità di certa cattiva gestione, e quel Giappone visto con gli occhi dei confratelli Ricci e Ruggiero. Quel Giappone che gli apparì terra precaria per legge di natura con i suoi vulcani e i suoi terremoti, consumato da continue lotte interne tra troppi imperatori in guerra tra loro.
Non bisogna confondere i due piani dell’azione del pontificato di Papa Francesco. Il relativismo del gesto e dell’azione non è rivelatore di un secolarismo spirituale. Anzi. Come la Cina, in Francesco il moto perpetuo nei gesti coincide con una salda e ferma fede in Dio, in quella unica luce che abbraccia tutto e tutti.
Nel ridurre la distanza con la realtà Papa Francesco non è meno Papa. Al contrario è il tramite di Dio verso Dio, specchio che riflette quella unica luce. Egli mostra la strada attraverso cui ciascuno nel suo piccolo può fare meglio per sé e per gli altri curando la sfera: materiale e immateriale. Quando Papa Francesco è tra i morti di Lampedusa, quando Papa Francesco guarda ai diversi, tutti i tipi di versi, senza giudicare, non si abbassa al livello di un laico relativista ma fa, della prossimità dell’accoglienza missionaria, la testimonianza della misericordia di Dio. Perché la sofferenza che colpisce il corpo punge l’anima e la vita terrena ha senso solo rispetto al suo fine che è “al punto”, ovvero in punto di morte, come direbbe Bartoli, Dio.
Quello che serve alla Chiesa non è un Papa più Papa o meno Papa. Servono uomini di Chiesa che sappiano infondere spiritualità nella vita di tutti i giorni. E’ quello di cui abbiamo bisogno. Perché le giornate, sempre più svuotate dall’agonismo materiale che spinge al raggiungimento di qualche prosaico fine, appaiono sempre più fredde e inconcludenti. L’uomo ha bisogno di ritornare a sperare, ma per sperare non basta un fido o un innalzamento del credito. Serve un credito umano, persone disposte ad ascoltarci e ad ascoltare le anime sempre più afflitte. Anime che hanno bisogno di indulto e non di indulgenza. Carcerate, alle quali non lasciamo neanche un’ora d’aria.

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