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Renzi non sarà purtroppo una Thatcher

Ci sono due personalità che, come fossero icone ispiratrici, sono continuamente menzionate dai liberali Italiani i quali, privi di leader e rappresentanza politica, devono cercare oltre frontiera i propri punti di riferimento. Si tratta di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, le due principali personalità ispiratrici di quella rivoluzione liberale che investì ad inizio anni 80 Stati Uniti e Regno Unito, ponendo le basi per il successivo decennio caratterizzato da una crescita economica tale da riuscire ad abbattere i muri eretti nel secondo dopoguerra.

Regan e Thatcher, leader liberali

I punti in comune tra i due leader sono più di uno. Entrambi, giunti al potere al termine di un periodo di declino dei rispettivi Paesi sia in termini di influenza sullo scacchiere geo-politico globale che di capacità di produzione di ricchezza dei rispettivi sistemi economici, hanno imposto un profondo rinnovamento prima nei movimenti politici d’appartenenza e successivamente nel Paese ponendo l’iniziativa privata al centro del proprio programma politico finalizzato al recupero di competitività e capacità di produzione di benessere.
Il terreno di cultura non è poi così diverso da quello che si trova ad avere un aspirante leader dei liberali Italiani. Il declino della capacità del nostro Paese di avere un qualunque peso sullo scenario globale è ormai strutturale, al pari della perdita di competitività del nostro sistema economico. Analogamente quei pochi frammenti sparsi di rappresentanza politica delle idee liberali ricercano una guida capace di creare quella massa critica in grado di garantire un minimo di peso sulla scena politica nazionale non diversamente da così come i partiti di Reagan e Thatcher ricercavano nuovi leader a fine anni 70.

Quale leader liberale in Italia?

Il problema è che non si scorgono in giro personalità in grado di svolgere quel ruolo che Reagan e Thatcher seppero svolgere nel partito repubblicano negli USA e in quello conservatore in Regno Unito. Certamente non Berlusconi che al di là del dato anagrafico che ne rende improbabile il farne riferimento di una nuova stagione politica, è caratterizzato da una storia imprenditoriale prima e politica poi (al di là delle premesse della prima Forza Italia) quanto di più distanti dai concetti liberali di separazione tra Stato ed iniziativa privata. Ovviamente neppure Monti la cui leadership è irrimediabilmente minata dal proprio suicidio politico unito ad una presbite percezione del sistema imprenditoriale italiano, con difficoltà di mettere a fuoco le necessità delle PMI che del medesimo sistema costituiscono storicamente la componente trainante sia in termini di produzione di ricchezza che di posti di lavoro,.
Forse Renzi, ma molto più probabilmente no in quanto, al di là dei tanti bei discorsi della Leopolda, immaginare una rivoluzione liberale proveniente dallo stesso Partito Democratico di Epifani e Rosy Bindi, incline alle alleanze con Vendola ed all’interlocuzione con la Camusso equivale a prefigurare Playboy farsi carico di una crociata editoriale a favore della castità. Rimangono le mini rappresentanze liberali non rappresentate in Parlamento, ostaggio di gruppi dirigenti che tendono a scambiare la politica con le conviviali di un Rotary Club, quasi che la riserva indiana in cui i liberali si trovano ad essere costretti in fondo non sia così scomoda come sembra.

Serve coraggio, forza e competenza

Che fare quindi per fare emergere le potenziali leadership liberali che, con un minimo di ottimismo della volontà, è impossibile non esistano nel Paese? Il primo passo è certamente che i pochi liberali presenti nei maggiori movimenti politici mostrino coraggio superando le differenti appartenenze impegnandosi per modificare quelle regole del gioco che, a partire dalla legge elettorale per finire agli statuti dei partiti, tendono a bloccare ogni innovazione a vantaggio della conservazione dello status quo. Solo un radicale ripensamento dei meccanismi di funzionamento dei partiti ne puó frenare la poliennale crisi in termini di capacità di rappresentatività delle vere problematiche del Paese consentendo di fare emergere quella visione liberale che, perlomeno in quella parte di Italia abituata a confrontarsi quotidianamente con i mercati, è più diffusa di quanto si possa immaginare. A quel punto chi avrà coraggio, forza e competenze potrà emergere, con l’appoggio di tutti gli Italiani che desiderano un Paese diverso.
La crisi economica globale che è ormai giunta nel sesto anno ha portato a massimizzare le differenze tra chi è competitivo e capace di attrarre risorse, investimenti e talenti rispetto a chi, in ragione dei propri limiti strutturali è destinato a porsi prima ai margini del mercato per poi scomparire.

È tempo che anche la nostra politica prenda atto della modifica del quadro globale avviando quel rinnovamento che costituirebbe la premessa per fare emergere nuove leadership, dando rappresentanza ai tanti, tra cui i liberali, hanno in testa una diversa idea di Italia. Forse in quel momento immaginare la fine della crisi Italiana potrà essere possibile.

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