A conti fatti, la parte della manovra che impatta sulle entrate fiscali determina nel 2014 riduzioni per 8,1 miliardi e aumenti per 9,5 miliardi, con un effetto netto a favore dello Stato di 1,4 miliardi.

Nel 2015 riduzioni per 9,6 miliardi ed aumenti per 6,2 miliardi, con un effetto netto di 3,4 miliardi a favore dei contribuenti che però si riduce ad appena 0,4 miliardi se si considera la scure della clausola di salvaguardia di 3 miliardi sul 2015.

Nel 2016 riduzioni per 11,6 miliardi ed aumenti per 6,1 miliardi, con un effetto netto di 5,5 miliardi a favore dei contribuenti che però diventa di 0,5 miliardi a favore dello Stato se si considera la scure della clausola di salvaguardia di 6 miliardi sul 2016.

Nel 2017 riduzioni per 13,1 miliardi ed aumenti per 5,8 miliardi, con un effetto netto di 7,3 miliardi a favore dei contribuenti che però diventa di 2,7 miliardi a favore dello Stato se si considera la scure della clausola di salvaguardia di 10 miliardi sul 2016.

Il giudizio sulla manovra

Tutto si può dire di questa manovra, tranne che riduce la pressione fiscale. In questo gigantesco gioco delle tre carte, che è tale in quanto la manovra viene inopinatamente spacciata dal Governo non come redistributiva del carico fiscale, cosa che di per sé potrebbe essere condivisibile, ma come decrementativa, quello che appare veramente intollerabile è l’atteggiamento del Pdl che è non solo forza di maggioranza, ma anche forza che, a differenza di Scelta Civica, ha suoi esponenti, insieme al Pd, nel dicastero dell’Economia.

Le scelte errate

Scelta Civica, pur con tutta la lealtà dovuta al Governo, avrebbe impostato diversamente la manovra sin dallo scorso maggio, concentrando le energie su una immediata prosecuzione della spending review effettuata nel 2012 dal Governo Monti, invece che perdersi nella assai più facile e ossessiva propaganda su un Imu prima casa che questa manovra, targata per ora Pd-Pdl e su cui Scelta Civica potrà finalmente dare il proprio contributo in sede parlamentare, rinomina con soave spudoratezza in TASI.

Un acronimo che, in dialetto veneto, sembra anche un invito che però Scelta Civica non ha alcuna intenzione di accogliere.

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