Nel suo bel discorso sullo Stato dell’Unione Europea (“Europa Rede” http://www.kas.de/wf/doc/kas_11187-1442-1-30.pdf?131109083738), tenuto a Berlino, lo scorso 9 novembre, in occasione della ricorrenza della caduta del muro, da noi passata sostanzialmente inosservata, il Presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy, tocca con insoliti accenti di emozione, uno alla volta, i vari nodi della crisi di fiducia che ha investito l’Unione e ricorda le ragioni profonde, e i vantaggi, dell’integrazione.

Disoccupazione e populismo sul continente avanzano insieme. Con una crescita prevista attorno all’1,1%, nel 2014 la disoccupazione resterà ancorata al livello record del 12,2%, segnato nel settembre di quest’anno. Tradotto in cifre, oltre 19,4 milioni di persone sono senza lavoro nei paesi dell’euro zona, con differenze sensibili tra i diversi stati. Le economie virtuose – Austria (4.9 %) e Germania (5.2 %) in primis – si confrontano con i valori allarmanti di Grecia (27.6 % in luglio), Spagna (26.6 %) e, in posizione più defilata, dell’Italia (12,2%). Questi dati basterebbero, da soli, a spiegare le grida delle Cassandre digitali, e la crescita elettorale del nuovo populismo, all’assalto dell’euro e della “casa comune”, assunti al ruolo di capro espiatorio. Se i livelli di occupazione nei paesi più colpiti miglioreranno, ciò avverrà solo a fronte di decisi interventi di riforma dei rispettivi mercati del lavoro.

La Germania, ancora una volta, ha giocato d’anticipo. Tra il 2002 e il 2005, un pacchetto di interventi noto come Hartz IV e Agenda 2010, ridisegna completamente il funzionamento del mercato tedesco, accompagnando un sistema di sussidi alla disoccupazione con meccanismi di stimolo, e penalizzazioni, per chi è in cerca di un lavoro. Il principio, riassunto nello slogan “Fördern und Fordern” è quello del bastone e della carota. In dieci anni, il “malato d’Europa” si trasforma nel motore della crescita nel continente. Frutto del governo di coalizione guidato da Gerhard Schröder, Hartz IV costerà il posto al Cancelliere vestito Brioni e le elezioni al suo partito. Gli elettori imputeranno infatti alla sola SPD le conseguenze “sociali” della riforma, ancora oggi tra le più controverse della storia tedesca.

Riavviare il motore ingolfato della crescita, colmare il divario di produttività tra i singoli paesi, impostare le riforme strutturali necessarie per il risanamento, sono però obiettivi di lungo termine, e ogni paese dovrà trovare la propria ricetta. Nell’attesa che la cura faccia effetto, occorrerà calmare la febbre. Negli ultimi anni, ricorda Van Rompuy, i popoli del continente hanno considerato Bruxelles e il suo crescente attivismo, a torto, causa della malattia e delle sue conseguenze sociali. Le ragioni profonde della crisi, invece, sono altrove, e risiedono nei meccanismi messi in moto dalla globalizzazione e dal grande balzo in avanti della rivoluzione tecnologica contemporanea. L’Europa, piuttosto, è una risorsa.

Tra le risposte messe in campo dall’Unione, una, se non risolve la crisi, almeno ne allevia gli effetti nei paesi più colpiti dalla disoccupazione. Si tratta di una misura già iscritta nei trattati, ma avviata con l’Atto Unico del 1995, che garantisce la libertà di circolazione e soggiorno nei paesi membri. Maggiore mobilità e flessibilità dei lavoratori all’interno delle frontiere europee, significherebbe infatti riequilibrare i forti dislivelli di produttività e occupazione rilevabili. Oggi, solo il 3,3% dei lavoratori europei, circa 6,6 milioni di persone, vivono e lavorano in un paese diverso da quello di origine, Questo avviene malgrado la geografia economica del continente si vada caratterizzando, sempre di più, per la presenza di cluster industriali ad alto potenziale – anche d’innovazione – concentrati in poche aree, e destinati ad assorbire quote crescenti di forza lavoro qualificata. D’altro canto, che il problema sia anche nel malfunzionamento dei meccanismi di raccordo tra domanda e offerta di lavoro, lo dimostra un valore per tutti: sono due milioni, oggi, i posti di lavoro vacanti per mancanza di personale qualificato.

Ovviamente, gli ostacoli ad una maggiore mobilità dei lavoratori nello spazio comune europeo sono molti, non ultimi quelli di ordine psicologico, linguistico e culturale. Tutto passa, in ultima analisi, attraverso la costruzione di una comune identità nazionale europea. Una scommessa non facile, in tempi crisi. Apparentemente, perché i tempi della storia, sono a volte sorprendentemente rapidi. In soli tre anni dal 1989, mentre i tedeschi procedevano spediti verso la riunificazione, gli Europei, anche in conseguenza degli eventi di Berlino, giungevano a Maastricht, aprendo, in modo speculare alla svolta tedesca, un nuovo capitolo della storia del continente.

Proprio con quel trattato, nasceva infatti la Cittadinanza Europea, con il corollario della libertà di stabilirsi, e lavorare, in tutti i paesi dell’Unione. Se già dal 1957 la libertà di circolazione era contemplata come una disposizione di natura economica, accessoria alla realizzazione del mercato comune, con l’Unione Europea, questa diventa un diritto politico dei cittadini degli Stati membri. Premessa alla costruzione di un’identità realmente comune.

I cittadini europei, oggi, godono della possibilità di sfruttare le opportunità di sviluppo, crescita personale e professionale, offerte dal più grande spazio economico integrato del mondo, in un’area dove i sistemi politici, sociali, giuridici sono sempre più armonizzati e coesi.

Forse è da qui che dovrebbe ripartire una riflessione popolare sull’Europa.

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