1. Fino a questo momento la crisi europea è stata considerata solo una crisi economica: conti pubblici dissestati prima in Grecia e poi in Spagna, con l’aggiunta di un po’ di pepe portoghese e di birra irlandese e per finire forse di spaghetti italiani.

Tuttavia, la crisi è piuttosto di ideali e si origina dalla mancata considerazione che non ha più senso per le nazioni europee, ciascuna di cinquanta-sessanta milioni di persone o meno, dover trattare con paesi molto più grandi.

Il mondo è sempre stato diviso in regioni isolate. Nonostante i tentativi di conquista universale e di unificazione globale di Alessandro, dei Romani, degli Arabi, di Gengis Khan o dei Turchi, questi grandi imperi hanno sempre finito per frantumarsi.

A partire dal 15° secolo spagnoli e portoghesi hanno saputo realizzare, per la prima volta, un’unificazione globale basata sulla moneta piuttosto che sulle armi. Gli inglesi hanno consolidato ed esteso questa forma di conquista e oggi l’America prosegue su questa via, inducendo la Cina e gli altri paesi emergenti a seguirla.

L’Europa ha dato i natali a una cultura raffinata e, con la Rivoluzione industriale, è divenuta il centro del mondo, il termine di paragone del progresso e il focolaio di nuove idee e nuove visioni del mondo, come quelle di “modernità” e di “nazione” che ancora influenzano il modo in cui il mondo vede se stesso.

Per decenni, se non per secoli, i contrasti sono divenuti riverberi più o meno distanti dei conflitti in Europa, come nel caso della Prima e della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Fredda. Fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989 e all’esplosione delle attività globalizzate in Asia, seguita dall’America Latina e dall’Africa a partire dagli anni ’90, l’Europa era semplicemente “il mondo”. Ora tutto questo è superato.

Nonostante l’afflato di un’Europa unita, si è rinnovato il senso di un’Europa di nazioni, ciascuna con il nazionalismo suo proprio, che ha dato agli Stati europei e poi agli altri Paesi una percezione nuova e rafforzata della propria identità. Il senso di identità delle singole nazioni europee è verosimile che venga diluito da forze globali vicine e lontane. Molte forze si stanno muovendo in questa direzione. L’India e la Cina fanno sembrare piccola l’Europa. La Russia, che è al contempo Europa e non Europa, sta gettando la sua ombra su tutti i confini europei più o meno vicini. L’immigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente attenua e indebolisce l’identità europea, con persone che vivono in Europa ma che ancora spesso si considerano africane o asiatiche e sono ritenute tali dalle autorità nazionali europee.

L’Europa è ancora forte sul piano industriale, in effetti molto forte, ma di fatto lo è solo se unita. Divisa cesserebbe semplicemente di essere un soggetto politico rilevante a livello globale.
L’Europa deve rinascere e, rivolgendosi a se stessa e al mondo, europeizzare i Paesi membri e gli immigrati, anche prima di prendere in considerazione i numeri. L’Europa deve avere una politica unitaria nei confronti del mondo.

È assurdo chiedere agli Stati Uniti di intervenire in Libia e ora in Siria, l’Europa deve essere in grado di muoversi in quelle aree per proprio conto. Questi interventi devono essere attuati in accordo e sintonia con l’America, ma l’Europa deve essere capace di appoggiare l’America e non solo di chiederne l’aiuto in ogni occasione.

È anche assurdo che l’Europa non abbia un’idea e una posizione chiara su quello che sta accadendo in Cina, nelle isole Senkaku o nel mar cinese meridionale; ciò dovrebbe essere al centro dei suoi problemi di sicurezza nel medio e lungo periodo, in quanto rilevante per lo sviluppo della zona economicamente più vivace del mondo.

Solo dopo aver preso in considerazione queste problematiche, gli europei devono fare quadrato sui numeri della loro economia. Tutto ciò a partire dalla leadership, ma anche dalla gente comune, che deve ricostruire il senso civico di una nuova élite e una nuova identità attraverso un nuovo processo di educazione. Si dovrebbe iniziare da una nuova idea di Europa, come nazione nuova e vecchia, e da un nuovo sistema di Scuola Europea.

2. La strada di regole non costose verso un’Europa unita ha perso slancio e ogni tentativo a breve termine di applicare i requisiti che i Paesi più forti impongono ai più deboli è destinato a implodere.

Le misure, intraprese da alcuni governi, per bloccare le iniziative della Banca Centrale Europea volte ad assumersi la responsabilità dell’intera crisi bancaria europea potrebbero essere seguite da altri. Ciò potrebbe portare a nuove forme di vincoli nazionali tra Stati membri, aumentando la tendenza ad allontanare l’unificazione politica e sociale dell’Europa.

Tutto quel che rimane è la cultura, la consapevolezza della necessità di superare le vecchie nazioni-stato, e la convenienza. Finora questo sforzo di superare le vecchie nazioni-stato europee ha, nei fatti, portato a progressi significativi in termini di unificazione dei mercati nazionali e di molte valute europee nell’euro. Tutto ciò dovrebbe condurre all’unificazione politica dell’educazione, delle relazioni internazionali, della difesa e di ogni altro aspetto di cittadinanza, inclusa la rete di protezione sociale.

Le risorse per la stabilità fiscale e finanziaria dovranno allora raggiungere una dimensione adeguata agli obiettivi europei e perdere quegli strumenti che contrappongono un paese all’altro.
L’Europa potrà apportare alle sfide globali il peso della sua unità di intenti, smettendo di stare ai margini di una grande corrente demografica ed economica.

La creazione di una Scuola Europea Comune e di quattro Consigli Europei per la politica estera, la difesa, il welfare e l’integrazione dei valori, dell’educazione, della solidarietà e del senso civico potrebbero essere i passi più importanti e immediati.
Quest’ultimo, composto da tutti i Paesi che compongono l’Europa, sarebbe importante come gli altri, anzi più di tutti gli altri.
Nelle varie scuole dei Paesi che integrano l’Europa, le quali avrebbero l’obbligo di seguire le linee guida che la Scuola europea detterebbe in proposito, i bambini non avrebbero alcuna difficoltà ad assimilare questi concetti; facciamolo prima che qualcuno, come spesso succede un po’ prima dell’adolescenza, li rovini irrevocabilmente.
Si dovrebbe studiare e realizzare velocemente un nuovo sistema scolastico, per avere un nuovo senso di cittadinanza europea con una cultura comune per l’Europa che tutti si aspettano di avere.

Gli adulti difficile correggerli, ricondurli a questi valori, tranne in casi di improvvisa conversione; sono frastornati, instupiditi, qualche volta incattiviti e/o già persi.
Se poi la Scuola Europea e, a seguire, le scuole dei vari Paesi, chiedessero a quei personaggi che di volta in volta rappresentano gli idoli dei nostri bambini (sportivi, dello spettacolo o della musica) di diventarne immagine ufficiale dando per primi l’esempio, allora gli obiettivi del progetto sarebbero assicurati.

Attraverso un futuro Parlamento o una nuova Commissione Europea, possiamo impegnare risorse culturali per la riunificazione, a differenza della vecchia struttura in primo luogo economica. Ciò rafforzerebbe la tendenza verso un’Europa unita e agevolerebbe la costituzione dei tre Consigli ai quali dovrà essere deputata l’elaborazione, in tempi rapidi, della proposta di un piano per l’unificazione delle autorità corrispondenti nella governance statale e l’analisi costi-benefici della sua realizzazione.

Il timore è che, se l’argomento non sarà trattato in questo modo, l’Europa si troverà per anni impantanata in discussioni futili sui numeri, tali da poter condurre alla fine al fallimento dell’euro e causare una tempesta finanziaria dalle conseguenze insondabili.
Dunque, una nuova strada per l’Europa è una necessità per noi, nuovi e vecchi europei, e per il mondo.

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Paolo Savona e Francesco Sisci

Hanno già aderito: Nicola Tranfaglia, Michele Fratianni, Giuseppe Pennisi, Gianluca Vigo di Torre Bairo, Gualtiero Corsini, Carlo Santini, Marco Stella, Massimo Faccioli Pintozzi, Jiwan Kshetry, Ernst von Fischer, Xiao Lin, Aloisio Gaetani d’Aragona

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