Mediobanca aveva lanciato un avvertimento per ora ignorato dal governo italiano: la politica tedesca incentrata sul surplus della bilancia dei pagamenti fa male alla periferia d’Europa, penalizzata dalla forza dell’euro. Il report dell’istituto di Piazzetta Cuccia, pubblicato a metà ottobre, e recentemente ripreso dal Telegraph, è ricco di argomentazioni sul perché la Germania dovrebbe alleggerire il regime di austerità imposto alla periferia in modo da agevolarne la svalutazione interna attraverso le necessarie riforme.

Il Telegraph ha sposato talmente in pieno la tesi di Mediobanca da arrivare dati alla mano a sollecitare l’Italia ad abbandonare la moneta unica almeno fino a quando le politiche di rigore di Bruxelles imposte da Berlino non registreranno un’inversione di tendenza.

In attesa di sapere cosa ne pensi Enrico Letta, la Casa Bianca sembra essere giunta alle stesse conclusioni di Mediobanca: il rapporto della amministrazione Obama sulle valute pubblicato la scorsa settimana stimmatizza il cocktail mefitico alla tedesca fatto di austerity ed export solo pro domo di Berlino.

I VENTI ANTI-EURO
I suggerimenti degli analisti londinesi di Piazzetta Cuccia coordinati da Antonio Guglielmi danno corpo a un dibattito domestico e internazionale sempre più intenso, che vede in Fiscal compact et similia la vera causa della perdurante recessione dell’Eurozona. Un coro di voci, a cominciare da un folto gruppo di economisti italiani che sta dando vita a un movimento anti-euro – Antonio Rinaldi, Paolo Savona, Claudio Borghi, Alberto Bagnai per citarne alcuni – alle quali se ne aggiungono di nuove e insospettabili fino all’altro ieri. È il caso dell’ex presidente del Consiglio e già commissario europeo, Romano Prodi, considerato uno dei “padri” della moneta unica, che in un editoriale pubblicato lo scorso 2 novembre sul Messaggero ha spiegato come si sia “sparsa in Europa la leggenda metropolitana che il peso della crisi stia sulle spalle dei tedeschi” e che bisogna “impostare un’azione finalmente forte nei confronti dell’Unione Europea perché, pur mantenendo gli obblighi di bilancio, lo si debba fare favorendo la crescita e non la recessione“. Un’opinione sostenuta e rilanciata sul Foglio dall’economista “prodiano” Marco Fortis, che parlando con Marco Valerio Lo Prete ha chiosato: “Il modello attuale, quello del rigore senza sviluppo, porta alla deflazione“.
Ci ha provato Eugenio Scalfari nel suo editoriale di domenica a rimbrottare questo fermento di opinioni critiche sulla Eurozona tacciandolo di populismo e argomentando in favore di una non meglio definita Unione politica europea. Ma lo ha fatto in un modo tale da attirarsi perfino le critiche del Corriere della Sera per la penna del politologo Angelo Panebianco che ha contestato punto per punto le tesi di Scalfari fino a sbertucciare la prospettiva, ben poco realistica, degli Stati Uniti d’Europa, e così portando il Corriere per la prima volta ad assumere di fatto un approccio critico verso la moneta unica.

L’AVVERTIMENTO DI GUGLIELMI
In realtà già prima delle elezioni tedesche – che molti osservatori identificavano come il principio di un possibile cambio di rotta dell’Unione – Antonio Guglielmi, capo analista di Mediobanca Securities, invitava alla cautela, spiegando che la Germania non avrebbe rinunciato a cuor leggero alle politiche che in questi anni le hanno offerto un vero e proprio vantaggio competitivo a scapito del resto degli Stati membri che adottano l’euro come moneta.

L’ANALISI DEL TELEGRAPH
La conferma è nelle cifre snocciolate dal Telegraph attingendo al rapporto di Guglielmi, cifre che mostrano come lo schema attuale sul quale si regge la politica monetaria di Bruxelles sia per Berlino una vera gallina dalle uova d’oro. L’Unione economica e monetaria ha permesso alla Germania di stabilizzare a proprio vantaggio un surplus commerciale in “stile cinese”, accumulando un surplus di 1.400 miliardi di euro da quando è partita la moneta unica, il 50% del Pil tedesco. Questo è esattamente lo stesso numero, in deficit però, accumulato dalla periferia d’Europa nello stesso periodo, e ciò equivale a “un pericoloso beggar-thy-neighbor” (politica di “frega il tuo vicino”, ndr), un gioco a somma zero per la zona euro”, come l’ha spiegato chiaramente l’economista Alberto Bagnai nel suo “Tramonto dell’euro“.

IL GIOCO A SOMMA ZERO
In cosa consiste? Un Paese forte ne lega un altro alla propria economia con un cambio forte e finisce per sottrargli market share fino a quando non dichiara default o abbandona l’area monetaria. Uno scenario simile a quello dei Paesi latino-americani quando hanno legato il loro cambio fisso al dollaro, si nota fra gli economisti anti-euro, come sono maliziosamente ribattezzati dagli economisti ortodossi.
Ma prima che l’Italia precipiti definitivamente in questa spirale viziosa è la stessa Mediobanca a consigliare, come spiega il Telegraph, di accelerare le riforme al fine di acquisire una svalutazione interna in assenza (almeno per ora) di quella valutaria. Ed è qui che Ambrose Pritchard, autore del fondo sul Telegraph, allude alla opportunità per l’Italia di considerare una sua uscita dall’Euro in assenza di aiuto da parte della Germania.

NEL SOLCO DI LETTA (E OBAMA)
I consigli della banca d’investimenti non possono che incontrare il favore del premier Enrico Letta, che da tempo reclama in ogni suo discorso pubblico la necessità che i Paesi che come l’Italia hanno fatto “i compiti a casa” possano ottenere condizioni meno rigide del vincolo di bilancio del 3% nel rapporto deficit/Pil. Ma le tesi di Mediobanca sono avvalorate anche da due recenti notizie al di fuori della Penisola. Solo pochi giorni fa, nel suo rapporto semiannuale sulle valute, è stato il Tesoro Usa a criticare apertamente le politiche economiche della Germania centrate sulle esportazioni, spiegando che il modello di crescita tedesco, che non punterebbe sulla domanda interna, è il principale fattore responsabile della debole ripresa dei 17 Paesi che usano l’euro. A questo si somma il fatto che, il prossimo 15 novembre, la Commissione europea pubblicherà le “pagelle” sui singoli Paesi, segnalando le situazioni di squilibrio macroeconomico che vanno corrette. Fra le materie affrontate c’è la situazione dei conti con l’estero. In base alle regole previste si stabilisce che Berlino ha uno squilibrio che deve correggere, perché il suo surplus delle partite correnti supera, nella media degli ultimi tre anni, il 6 per cento del Pil.

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