L’attenzione sui comportamenti di questo Papa continua a rimanere alta. Vaticanisti, teologi, atei devoti, intellettuali in genere, s’interrogano sul modo di intendere il pontificato da parte di questo Papa venuto dalla fine del mondo. Essi si dividono su un punto: sulla distanza che l’istituzione, che Papa Francesco rappresenta e presiede, deve mantenere rispetto alla comunità.
Mario Sechi, autore di un lungo fondo sul Foglio di qualche giorno fa, ad esempio, ricorre alla metafora del pastore e del gregge per ribadire che un Papa deve essere pastore ma non deve farsi gregge. Altri vedono invece in questa prossimità tra umili e diversi, una profonda rivoluzione dai risvolti positivi appiccicando, forse ingiustamente, a questo Papa l’etichetta del progressista e del relativista.

Quando Papa Francesco, rispondendo a Eugenio Scalfari che gli chiede se esiste un’unica visione del bene e del male, dice che ognuno può fabbricarsi le proprie categorie di bene e di male e che una volta fissate le categorie deve impostare la propria condotta perseguendo il bene, non compie nessun atto nuovo e rivoluzionario. Egli non fa altro che riproporre quanto Dante nel canto XIX del Paradiso fa dire all’Aquila.
Dante chiede all’Aquila, che rappresenta il potere temporale della Chiesa, cosa deve attendersi il giorno del giudizio colui che è nato sulle sponde dell’Indo, ovvero colui cui è capitato in sorte di non poter accedere alla fede cristiana. Lo stesso, peraltro, varrebbe per tutti coloro cui non capita in sorte di potersi accostare a nessuna fede. Ebbene, l’Aquila risponde a Dante che ogni uomo è giudicato in base al suo comportamento in vita. E se avrà vissuto da giusto pagano applicando le virtù teologali, che esistono a prescindere da Dio, di ogni Dio, egli non dovrà temere il Giudizio.
Non c’è quindi un’idea relativista, non c’è una perdita di efficacia dell’istituzione Chiesa e della religione che essa rappresenta. Semmai c’è un porsi più in alto. Quello che Papa Francesco sostiene,  in accordo con il Vangelo, è che ciascuno essere umano viene valutato in base a quanto in vita avrà saputo spingersi in alto. Non tutti partono dallo stesso punto e non tutti hanno gli stessi talenti. E pertanto non esiste un unico metro di giudizio rispetto al quale giudicare gli uomini. Prima di Dio esiste il lume della Tradizione, così diceva il Rosmini, “Iddio non lasciò giammai il mondo sfornito al tutto di quelle tradizioni che aiutassero gli uomini a sollevarsi fino a lui con le menti”. Quello che conta dunque è quanto ciascuno fa in vita per incrementare il suo capitale teso ad accumulare conoscenze spirituali.
Un vescovo deve dare l’esempio. Far capire che ciascun membro della comunità può fare la sua parte. La ricerca della fede è questione soggettiva, non ha una risposta puramente enunciativa. E’ la vita, il sentire, il percorrere l’esperienza terrena vibrando in risonanza con la natura e i propri simili che dischiuderà le porte dell’Alto.

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