L’affaire della rivalutazione del capitale di Bankitalia assume toni sempre più forti. E la polemica monta, seppure sotto traccia, con le opinioni critiche che si affollano: la matematica dimostra intanto che il valore ipotizzato da via Nazionale – oggetto e giudice della valutazione –  sarebbe gonfiato a dismisura. Insomma, l’esecutivo guidato da Enrico Letta sta per consegnare nelle mani delle maggiori banche italiane un pacco dono miliardario? Qualcuno lo pensa. Ma iniziamo dai fatti. E cerchiamo di capire.

LA STRUTTURA DEL CAPITALE DI PALAZZO KOCH

Il capitale sociale di Bankitalia è composto da 300.000 azioni, valutate dalla Legge Bancaria del 1936 mille lire ognuna, per un totale di 300 milioni di lire (156mila euro). Banche e assicurazioni che negli anni Trenta erano pubbliche ne detengono il 94,33%, gli spiccioli che restano sono in mano a Inps (quinto azionista con 15mila azioni ) e Inail, diciannovesimo con 2.000 azioni.

La fetta maggiore del capitale (91.035 azioni) è di Intesa Sanpaolo, seguita da UniCredit (66.342) e Assicurazioni Generali (19.000). Le banche ci sono proprio tutte: nella top ten compaiono, per esempio, i nomi di Cassa di Risparmio in Bologna (18.602), Banca Carige (11.869), Bnl (8.500), Mps (7.500).

CHE COSA PREVEDE LO STATUTO DELLA BANCA D’ITALIA

Le banche che di fatto possiedono Bankitalia non ne condizionano l’operato, in base allo Statuto, ma hanno il potere di nomina dei vertici che però hanno in passato delegato al governatore. Per questa ragione via Nazionale è stata lungamente in una condizione di immobilismo: il caso più vicino a noi, Antonio Fazio che ha governato dal 1993 al 2005 (quando si è dimesso a seguito del suo coinvolgimento nella scalata ad Antonveneta da parte della Popolare di Lodi). E al di là di quello che dica lo Statuto, il fatto che oltre il 50% delle azioni sia in mano a Intesa e Unicredit è una situazione obiettivamente anomala e potenzialmente pericolosa, secondo alcuni osservatori come Davide Giacalone.

IL PROGETTO DI LETTA E SACCOMANNI

Per normalizzarla il decreto legge del Governo Letta fissa un tetto massimo del 5% per ciascun azionista. Trasformando di fatto Bankitalia in una public company. Ma il cuore del provvedimento riguarda la rivalutazione delle quote di capitale, dagli obsoleti 156mila euro a un valore compreso tra 5 e 7,5 miliardi di euro. “Una misura – ha spiegato il titolare del Tesoro Fabrizio Saccomanni – che serve essenzialmente a migliorare la patrimonializzazione delle banche”. I vantaggi della rivalutazione non mancherebbero neppure per il governo, che riceverebbe imposte per il 12%, ovvero tra 1 e 1,2 miliardi – la stessa cifra che perde con l’abolizione della seconda rata dell’Imu.

Il progetto del premier Enrico Letta e del suo ministro, approvato dal Consiglio dei Ministri, è ora al vaglio della Bce.

I CONTI DELLA STAMPA SUI BENEFICI PER LE SINGOLE BANCHE 

A quanto ammonta il beneficio per le banche? Circa 4 miliardi per Intesa e Unicredit: la prima, con il 42,4% del capitale della banca centrale ha un asset che vale dai 2,1 a 3,15 miliardi di euro, di cui dovrà cedere tra 1,87 e 2,8 miliardi per scendere al 5%. I calcoli li ha fatti Luca Fornovo, sulla Stampa. Intesa, ha scritto il giornalista, ha iscritto a bilancio la quota a 624 milioni, per cui cedendo guadagnerebbe tra 1,2 e 2,2 miliardi. Anche Unicredit, 22,1% per un valore tra 1,1 e 1,6 miliardi, con la vendita incasserebbe una plusvalenza tra 600 milioni e un miliardo. Mps, invece, che ha il suo 2,5% in carico a 188 milioni perderebbe invece 60 milioni restando sui minimi della forchetta. E questo “porta (guarda caso) a una valutazione di via Nazionale di 7,5 miliardi”, scrive Fornovo. gggg

L’ANALISI DI GUGLIELMI (MEDIOBANCA SECURITIES)

Anche Mediobanca, con il capo analista Antonio Guglielmi, in un recente report ha fatto i conti in tasca alle banche. “Una rivalutazione a 7 miliardi comporterebbe 3 miliardi di plusvalenze, il 98% concentrato in Intesa e Unicredit, che avrebbero guadagni la prima di 1,9, la secondo di 1 miliardo”. Che equivalgono a un impatto sul Core Tier 1, rispettivamente, dello 0,9% e dello 0,3%. Il regalo medio, per questi due istituti e per Mps, Banco Popolare, Ubi, Bper e Bpm è di 40 punti base sul Core Tier 1. A bilancio i sette istituti hanno la partecipazione a 1,7 miliardi, “la dispersione però è enorme (Ubi a 0,5 miliardi, Mps a 7,5 miliardi)”.

IL PARERE DEL CAPO ECONOMISTA DELLA CONSOB

Significativo che a storcere il naso ci sia Giuseppe Siciliano, responsabile della divisione studi della Consob. In un’analisi pubblicata su Lavoce.info Siciliano sostiene che non si possa valutare il capitale di una banca centrale “usando, ad esempio, il metodo del valore attuale dei dividendi futuri o il valore del patrimonio netto” come per un’azione qualsiasi. I profitti di una banca centrale “sono di proprietà della collettività perché ottenuti sfruttando in regime di monopolio un bene pubblico, ossia il diritto di signoraggio”. La conclusione che ne ricava è che, “a seconda del metodo, una forchetta congrua di valutazione dovrebbe essere compresa tra 1,3 e 1,7 miliardi di euro”.

LA VOCE DI BOERI

È sostanzialmente d’accordo Tito Boeri, economista, fondatore del sito Lavoce.info e commentatore del quotidiano che su Repubblica ha scritto: “Tenendo conto dell’inflazione  oggi il capitale varrebbe circa 1,3 miliardi. Una valutazione vicina a un miliardo la si ottiene anche a partire dai rendimenti che le banche ottengono da queste partecipazioni, stimando il valore delle quote come quello di un’obbligazione a basso rischio che offre rendimenti perpetui”. Mentre a guardare il valore a cui le banche hanno iscritto a bilancio la propria partecipazione se ne ricava un dedalo di numeri discordanti: Bankitalia vale 2,5 miliardi se si considerano i 5849 euro per azione nel bilancio di Intesa; 1,3 miliardi se il parametro sono i 4.288 euro di Unicredit. Per non dire di chi ha gonfiato le azioni per rimpinguare il patrimonio: come “Banca Carige le ha portate da 41 a 73764 euro l’una (una rivalutazione del 180.000 per cento!)” portando via Nazionale a valere attorno ai 22 miliardi.

LA TESI DI COLTORTI

Fulvio Coltorti, per anni a capo delle ricerche economiche di Mediobanca,  sul Sole 24 Ore dello scorso 3 novembre, ha condannato la decisione di far entrare la rivalutazione nel patrimonio di vigilanza delle banche azioniste. Una brutta soluzione, che richiama “manipolazioni contabili fatte da imprese che stentano a quadrare attivi e passivi. Non è questo il caso delle banche italiane e non ritengo sia intelligente sottoporre il punto all’Europa che ci guarda sempre severamente”. D’altronde se le quote Bankitalia dovessero rimanere all’interno dei bilanci di chi le possiede ad oggi, verrebbero iscritte di ufficio tra i crediti di livello 3, il livello più basso, dunque non sarebbero scambiabili in alcun mercato.

Il solito pasticcio all’italiana è servito?

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