Ecco i risultati dell'ultimo rapporto dell'Istituto Bruno Leoni sulle liberalizzazioni in Italia. Numeri, percentuali e dettagli che confrontano il nostro Paese con il resto d'Europa. Il rapporto del pensatoio liberista letto e commentato dall'economista Giuseppe Pennisi

L’Italia è il Paese meno liberalizzato d’Europa, con un risultato pari al 28%, secondo il rapporto* annuale dell’Istituto Bruno Leoni sull’Indice delle liberalizzazioni.

L’APERTURA IN ECONOMIA
Veniamo, in primo luogo, ai punti salienti. L’indice proposto quest’anno con una metodologia del tutto rinnovata, e pertanto non più confrontabile coi risultati degli anni precedenti – indaga il grado di apertura in nove settori dell’economia (carburanti, gas, mercato del lavoro, mercato elettrico, poste, telecomunicazioni, televisioni, trasporto aereo e trasporto ferroviario) per tutti gli Stati membri dell’Unione europea a 15. Per ciascun settore, l’indice è posto pari a 100 per il Paese più liberalizzato d’Europa, e pari a 0 per quello più ostile alla concorrenza.

IL RISULTATO DELL’ITALIA
L’Italia ottiene un risultato sufficiente solo in due settori: il gas (79%, Paese più liberalizzato Irlanda) e trasporto aereo (59%, Paese più liberalizzato UK). La ragione, nel primo caso, è la competizione che si è venuta a creare in conseguenza dell’eccesso di offerta determinato dalla crisi; nel secondo, il merito va attribuito alla liberalizzazione europea. In tutti gli altri settori il nostro Paese ottiene punteggi estremamente preoccupanti, in particolare per televisione (0%), poste (2%), carburanti (8%) e mercato del lavoro (11%). Un punteggio molto basso non significa necessariamente assenza di concorrenza ma semplicemente che l’Italia si colloca tra le nazioni meno liberalizzate tra quelle esaminate.

IL COMMENTO DELL’IBL
Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’IBL e curatore dell’Indice, ha commentato: “La nuova metodologia ci consente di confrontare più accuratamente l’Italia con gli altri Paesi, non solo per misurare la distanza che ci separa dalla nazione più progredita ma anche per capire quale sia la nostra situazione rispetto ai Paesi meno avanzati. Purtroppo, e con pochissime eccezioni, l’Italia si colloca sistematicamente nella “parte bassa” della classifica. Questo è segno delle tante opportunità perse dal nostro Paese, che ha quasi sempre scelto di tutelare lo status quo e limitare gli spazi di reale competizione. Tuttavia, c’è anche un aspetto potenzialmente positivo: siamo talmente indietro che le liberalizzazioni contengono un enorme potenziale di crescita”.

LA CLASSIFICA COMPLETA
Questa è la “classifica” dei 15 Paesi dell’Ue15 rispetto al grado di liberalizzazione complessivo: UK (84%); Paesi Bassi (76%); Svezia (62%); Austria (57%); Lussemburgo (56%); Spagna (55%); Irlanda (53%); Finlandia (52%); Francia (52%); Germania (51%); Portogallo (47%); Belgio (41%); Danimarca (41%); Grecia (36%); Italia (28%).

Questi sono i risultati per l’Italia settore per settore: carburanti (8%); gas (79%); lavoro (11%); elettricità (30%); poste (2%); telecomunicazioni (26%); televisione (0%); trasporto aereo (59%); trasporto ferroviario (36%).

PENISOLA POCO REATTIVA
Molto si sono meravigliati del basso grado di liberalizzazioni raggiunto dall’Italia, Paese che – come ha ricordato Luigi Guiso nel corso della presentazione – nei 140 Paesi oggetto della World Values Survey risulta tra quelli che più apprezzano la proprietà privata, ma non sono alla ricerca di alti premi di rendimento e, tuttavia, amano la concorrenza. Un Paese che dà gran valore alla proprietà privata ed alla concorrenza ma non ricerca di massimizzare il profitto dovrebbe, secondo Guiso ed altri, essere in cima alle classifiche delle liberalizzazioni. Mi sorprende che Guiso e gli altri si meraviglino. La World Values Survey descrive, con cura, un’Italia alla Mastro Don Gesualdo (il romanzo di Verga che qualcuno dei presenti ha letto ai tempi del liceo): ama la ‘roba’, che se rende poco, e fa di tutto per carpirla agli altri.

Mastro Don Gesualdo non liberalizza se può “catturare” parte del patrimonio di tutta Acitrezza. Siam tutti ‘path dependent’: se non arriva uno scossone, che provocherà un Big Bang, andremo avanti molto lentamente, tra una lenzuolata e l’altra.

IL RUOLO DELLE REGIONI
L’occasione del Bing Bang c’è stata ma pare dimenticata: la Legge 8 marzo 1999, n. 50 relativa all’Analisi d’Impatto della Regolazione (AIR) – una normativa in vigore, in varie guise, in tutti gli Stati dell’UE. Il Formez ha avuto l’incarico di aiutare le Regioni ad introdurla e sul sito dell’istituto si possono leggere vari rapporti. La Scuola Nazionale dell’Amministrazione ha finanziato per oltre cinque anni una ricerca ad una nutrita squadra di ‘esperti’ per valutare l’AIR a livello delle amministrazioni centrali dello Stato; sul sito non c’è traccia né dei molteplici incarichi, senza procedura di evidenza pubblica, né degli esiti. E’ auspicabile che prima del prossimo rapporto l’IBL capisca cosa è successo. Prima che lo faccia la Corte dei Conti.

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