Come è lontano il tempo in cui Matteo Renzi recitava la parte del Gianburrasca della Sinistra Italiana e, a braccetto con Davide Serra e la finanza milanese, attaccava il Monte dei Paschi e i legami tra la nomenclatura del Partito Democratico e la gestione della banca senese ispirata dall’azionista di riferimento costituito dalla eponima Fondazione.

La vittoria della Fondazione in sede di assemblea MPS, che ha decretato il rinvio dell’aumento di capitale proposto dal presidente del Consiglio d’Amministrazione Alessandro Profumo, urla vendetta rispetto ad ogni ottica di mercato a cui la banca senese dovrebbe ispirarsi se fosse assimilabile ad un istituto di credito internazionale orientato al mercato e non alla conservazione dell’influenza della politica sulla gestione aziendale.

Posporre l’aumento di capitale viola un principio base della finanza: le operazioni di raccolta di capitale sul mercato non devono essere rinviate in presenza di favorevoli condizioni di mercato. I mercati di queste settimane paiono essere caratterizzati da una serie di combinazioni favorevoli per la banca senese in ragione sia dell’attenuarsi delle tensioni sui mercati dell’area Euro, dei primi timidi (impercettibili per quanto riguarda il nostro Paese) segnali di ripresa economica e dell’effetto rassicurante dell’accordo raggiunto relativamente all’Unione Bancaria.

Prova ne è che l’indice FTSE Italia Banche (che misura la performance borsistica dei titoli degli istituti di credito Italiani quotati) è cresciuto negli ultimi 6 mesi in misura pari al 42,38%. A questo si aggiunge una pipeline di aumenti di capitale da parte di banche quotate relativamente vuota a inizio 2014 e, pertanto, una limitata competizione per attirare gli interessi degli investitori istituzionali, nonchè la finalizzata costituzione del consorzio di collocamento e garanzia guidato da UBS, la permanenza del cui interesse nei confronti dell’operazione tra qualche mese è tutta da dimostrare

Ne consegue che non esisteva alcuna motivazione razionale per rinviare l’aumento di capitale, in ragione del rischio di vedere svanire il favorevole momentum di mercato (magari con l’approssimarsi delle elezioni europee e della possibile affermazione dei movimenti euro scettici e del conseguente impatto negativo sui mercati) oppure di trovarsi a competere con il prevedibile affollamento di operazioni sul mercato da parte di altre banche europee nella seconda parte del 2014. Nessuna motivazione se non il volere mantenere saldo il controllo della Fondazione sui destini della terza banca del Paese, salvo poi farne  pagare il prezzo ai conti pubblici nel caso in cui la banca, incapace di raccogliere nuove risorse sul mercato, non si trovi nelle condizioni di ripagare i Monti Bond ed i relativi interessi.

In questa ennesima vicenda da capitalismo all’italiana, poco incline a confrontarsi sui mercati e più avvezzo agli accordi di sottobanco con la politica (facendo affidamento sui sempre piú frequenti interventi della Cassa Depositi e Prestiti, che tende ad agire come una nuova IRI), è assordante il silenzio di Matteo Renzi. Al di là di qualche giustificazione, già presente sulla rete, come la presunta minore influenza del PD all’interno della Fondazione (buona solo nel periodo natalizio, propenso alle favole) sarebbe necessario che il giovane rottamatore fiorentino faccia sentire chiara e forte la propria voce sentenziando, come non ha avuto difficoltà di fare nel corso delle due campagne per le primarie, che la necessaria modernizzazione dell’economia Italiana passa dalla privatizzazione della struttura proprietaria della banche, eliminando la devastante influenza delle Fondazioni, che in realtà altro non sono altro che vere e proprie holding finanziarie dei partiti.

Caro Renzi, il 18 Ottobre 2013 dichiaravi un’intervista al Corriere della Sera che “deve finire il capitalismo relazionale in cui spesso lo Stato ha finito per coprire le perdite” e che “ogni Euro che le banche investono in operazioni di sistema è un Euro tolto a famiglie, aziende ed artigiani”. La vittoria della Fondazione MPS non è la migliore dimostrazione della pervicacia del capitalismo relazionale, tanto alla fine se le cose vanno male a pagare saranno i contribuenti? E il ritardare l’aumento di capitale non va a detrimento della capacità della banca di finanziare famiglie ed imprese?

Se il silenzio di Renzi su questa vicenda continuerà, il dubbio che tutto quello che il sindaco di Firenze ha detto negli ultimi due anni fosse unicamente una chiacchera a fini elettorali diventerà una certezza. Sarà il segno dell’inizio del logoramento della sua figura di modernizzatore del Paese, sul cui logoramento Berlusconi punta nella sua strategia di mantenimento in vita del Governo Letta il tempo necessario per indebolirne la posizione, e sarà l’ennesima occasione persa per la politica del nostro Paese.

Perché, caro Renzi, i leader si riconoscono dalle azioni e non dai proclami. Adesso è il momento di dimostrarlo.

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