Dopo vent'anni, siamo pronti ad una nuova evoluzione della destra?

Posto fra il rutilante splendore dei Tre Moschettieri e il pomposo feilleuton del Visconte di Bragelonne, “Vent’anni dopo” è forse il meno riuscito dei tre romanzi che Alexandre Dumas padre dedicò a d’Artagnan il guascone. Faida familiare (la ricerca di vendetta del figlio di Milady) e grande storia (la rivolta inglese e la decapitazione di Carlo I) vi si intrecciano in modo complessivamente inceppato, senza la felice snellezza del primo romanzo. D’altronde il venir meno del Conte de la Fère, ossia di Athos, ruba qualcosa al perfetto equilibrio del quartetto.

La suggestione letteraria, in questo gennaio che celebra il ventennale permetterebbe facilmente di vedere in Pinuccio Tatarella l’Athos scomparso, in Maurizio Gasparri un Aramis meno raffinato (e meno gesuita) e in Larussa un Porthos di minor corpulenza ma di pari irruenza. Che poi d’Artagnan sia Gianfranco Fini, come lui ammaccato da troppe battaglie ed amarezze, possono negarlo solo i tristi figuri di Libero.

La trappola della nostalgia è come sempre pericolosa; Perché in realtà il quartetto del tutti per uno, uno per tutti, si è da tempo dissolto, con qualcuno che è passato al servizio del Cardinale di Richelieu, qualche altro che si è abbandonato alla crapula e ai bagordi e qualcuno che ha scelto un appartarsi non privo di eleganza.

Noi abbiamo bisogno di riflettere senza estetismi su quell’accadimento di vent’anni fa, per capirne la pregnanza e l’insegnamento. Perché non fu un maquillage o una cosmesi: rappresentò ad un tempo il pieno compimento dell’idea almirantiana della destra nazionale e la resa dei conti con l’estremismo nostalgico, con le più o meno dignitose e credibili collocazioni antisistema, contro le assortite rivolte contro il mondo moderno.

La destra si sdoganò, con quel tanto di innocenza perduta che sempre accompagna gli ingressi nel mondo, nel nome di un sostantivo e di un aggettivo. E se “nazionale” è più che mai stella polare di qualunque intendimento, proposta o azione che aspiri alla qualifica di destra (dove “nazione” va intesa come “nazione europea”, casa comune di quei valori giudaico-cristiani, di quei principi di civiltà di cui siamo tutti figli), non facciamo abbastanza attenzione al sostantivo. Alleanza. Non “coalizione”, “intesa”, “contratto”: alleanza.

Il che dice alla nostra generazione, a quella che deve prendere le redini per propria capacità e merito e non per inconsulta casualità dell’anagrafe, che l’obiettivo è stringersi fra diversi, non arroccarsi fra simili. Nessuna vestale a guardia del sacrario del fuoco perenne, ma patto fra liberi che hanno avuto il coraggio di lasciare la casa del padre per non farvi ritorno.

Ed alleanza non come accorduccio contingente per qualche vantaggio di bottega, magari elettorale, ma assonanza di pensieri lunghi, costruzione di un’arca (dell’Alleanza, per l’appunto) con identità plurali, accomunata da un idem sentire sul ruolo e il destino della Patria, sul futuro dei nostri figli e dei loro.

Il gollismo italiano di cui An si fece portatrice non fu compreso o non seppe farsi comprendere: ben più che nel giorno fatale in cui cedemmo alle lusinghe del predellino, quel progetto politico cadde alle Europee del 2004, con i rovesci dell’Elefantino.

Anche allora troppi amici del giaguaro, troppi coltivatori di orticelli, troppi neofiti della politica televisiva. Ma è da lì, vent’anni dopo, che bisogna ripartire. Come proveremo a fare il 5 febbraio a Roma. Anche se d’Artagnan, per il momento, non ha da darci altro che qualche affettuosa pacca di incoraggiamento.

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