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Non illudiamoci che uscendo dall’euro risolviamo i nostri problemi, anzi…

Quando tra qualche anno ci ritroveremo a ripensare a questi turbolenti anni un elemento spiccherà tra gli altri: la fine del predominio della politica sull’economia. Dopo secoli in cui i grandi pensatori politici hanno plasmato con le loro idee il corso della Storia, la crisi globale iniziata negli USA nel 2008 per successivamente propagarsi in Europa, amplificando i propri effetti in termini di impatto sulla società, sta infatti determinando una vera e propria rivoluzione dell’offerta politica.

IL PRECEDENTE AMERICANO
Anche in questo caso il fenomeno si è prima manifestato negli USA con il fenomeno del Tea Party che, rispondendo alla percezione di distanza tra le priorità dei politici di Washington e la realtà della società statunitense, ha determinato la forte polarizzazione della politica americana che ha esplicitato i propri effetti nello shutdown dello scorso autunno e nella svolta a destra del Partito Repubblicano ed a sinistra di quello Democratico.

LO SCENARIO EUROPEO
Lo scenario che si sta ora prefigurando è la trasmissione del fenomeno dagli Stati Uniti all’Europa dove i movimenti anti sistema, da Grillo a Le Pen fino a Farage rischiano una poderosa affermazione in occasione delle prossime elezioni europee. Come nel caso della crisi finanziaria globale, gli effetti negativi del contagio da USA a Unione Europea rischiano di essere nuovamente amplificati. Come sottolineato nell’ultimo numero dell’Economist, mentre negli USA la portata anti sistema del Tea Party è stata moderata dall’essere questo comunque parte integrante del Partito Repubblicano, in Europa l’effetto deflagrante risulta essere amplificato dal porsi i nuovi movimenti come antagonisti alla politica tradizionale facendo leva sull’incapacità di questa di rispondere alle istanze provenienti dal mutato quadro sociale.

I MOVIMENTI ANTI SISTEMA
Ne è un esempio l’inopportuno trionfalismo di Enrico Letta in merito ai presunti risultati ottenuti dal proprio governo, per esempio per quanto riguarda la riduzione dello spread, a cui si contrappongono da più parti segnali che il vero spread, vale a dire quello relativo al costo della provvista bancaria da parte delle imprese italiane, non accenna a diminuire, con i relativi effetti nefasti in termini di capacità del nostro sistema economico di uscire dalla crisi. La stessa crisi che è la migliore benzina nel motore della propaganda dei movimenti anti sistema.

GLI ERRORI DELL’EUROPA
Come rispondere al pericolo che questa propaganda costituisca la premessa di una serie di reazioni a catena finalizzate al ritorno nel Vecchio Continente dei nazionalismi e dei confini nazionali, ponendo a repentaglio la costruzione di civilità costituita, – nonostante l’autoreferenzialismo degli euroburocrati e gli errori alla base della valuta unica – dall’Unione europea?
La strategia sinora adottata dai partiti tradizionali, basata su accusare i nuovi movimenti di demagogia e nostalgie totalitarie non serve a nulla. La Storia insegna che gli elettori votano con il portafoglio e che le accuse ideologiche sono inefficaci quando la politica non risponde ai bisogni primari dei popoli.

QUESTIONI COMPLESSE
È pertanto necessario avviare una strategia che, non disconoscendo gli errori del passato, punti su comunicare in modo comprensibile all’elettorato che l’economia globale è leggermente più complessa di come certi pseudo economisti funzionali alla propaganda dei movimenti euro scettici vogliono fare intendere. Va spiegato che, per quanto indubbiamente alcuni elementi fondanti dell’euro (valuta unica che unisce politiche fiscali non cooordinate) siano tra i fattori alla base della crisi dei Paesi periferici dell’Eurozona, ben maggiore è il peso di altri fattori quali lo spreco costante di risorse pubbliche, la scarsa competitività delle istituzioni (che si traduce in una burocrazia inefficiente, in un mercato del lavoro sclerotico e in un divario tra esigenze delle imprese e risposte dello Stato) e il deterioramento delle dotazioni infrastrutturali (non solo fisiche ma anche digitali ed, ancora più rilevante, culturali data la distanza tra esigenze dei mercati globali e offerta formativa) figlio di assenza di ogni politica economica da parte dei governi degli ultimi decenni.

POSSIBILI PROBLEMI
Va altresì spiegato che non serve illudersi che la risposta ai problemi risieda nell’uscita dall’euro per avviare una serie di svalutazioni competitive volte a stimolare le nostre esportazioni quando il 54% di queste sono in Unione europea (dati ISTAT 2012) e che gli effetti positivi di un cambio deprezzato sarebbero neutralizzati dai probabili dazi che sarebbero imposti sulle nostre merci sia dagli ex partner comunitari in ritorsione alle nostre svalutazioni, sia dai governi extra europei, data l’irrilevanza in sede WTO ed, ancor di più, in sede di negoziazioni bi e multi laterali, di un’Italia al di fuori del consesso europeo.

MEGLIO CON L’EURO
Va spiegato che, diversamente da quanto sentenziano i personaggi in cerca di autore dell’euro exit o da chi, come Beppe Grillo, pensa di risolvere il problema della disoccupazione con l’impiego pubblico, se la competitività delle istituzioni è alla base del nostro ritardo economico e sociale, è molto più probabile avviare un percorso di rinnovamento delle stesse condividendo il medesimo spazio economico con chi ha saputo dare in passato risposta al problema di come le istituzioni debbano rispondere ad un’economia globale, piuttosto che con Grecia, Cipro e Portogallo e che in un panorama globale in cui contano solo i Paesi/continente, un’economia manifatturiera orientata all’export come la nostra può solo essere penalizzata dall’irrilevanza che conseguirebbe ad una svolta isolazionista.
Sono molte le cose che possono e devono essere spiegate per svelare le illusioni dell’euro exit. Ovvio che a spiegarle non possa essere chi ha condiviso le politiche sciagurate del passato. Ma questa è un’altra storia.

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