Abbiamo davanti agli occhi le immagini del degrado delle scuole. Degrado edile prima ancora che culturale. Cadono a pezzi le scuole e la mattina gli studenti quando vi entrano, altro che polemiche sul crocifisso in classe, il segno della croce si devono fare per sperare di uscirne sani e salvi.
E poi, ovvio, c’è il problema di come riformarla questa scuola. Perché con il mondo che cambia non si sa bene come adeguarli i programmi ai tempi. Non si capisce bene come questi poveri professori e insegnanti, pagati così poco da sentirsi non valere niente, dovrebbero fornire tutti gli strumenti e la chiavi di lettura quando loro per primi sono sballottolati e disorientati.

E così se è vero che la scuola è la base di tutta una società perché è la scuola che da ai giovani le mappe e le rotte con cui navigare, gli strumenti per interpretare il presente e immaginare il futuro, è veramente un colpo al cuore scoprire, poi, dalle statistiche che ad esempio in Sicilia ci sono comuni con 50 mila abitanti che non hanno neanche una libreria. Scoprire che l’Italia è fanalino di coda per quanto riguarda il numero di libri letti. Perché vuol dire che la scuola non accende nei giovani nessuno stimolo, nessuna lampadina. E così il paese resta al buio.

Un ruolo decisivo però ce l’hanno le famiglie. I genitori, che si trovano a dover supplire alla mancanza di un orientamento da parte delle istituzioni, possono e devono cercare di, almeno, limitare i danni. Il fatto è che in questa Italia quello che negli ultimi decenni si sono veramente mangiato, prima ancora delle libagioni delle mazzette e della corruzione, è lo spirito critico.

Facciamo un esempio così è più chiaro.
Sono il padre di un giovane adolescente che si deve iscrivere alla Scuola Superiore. Ho letto Cazzullo “Basta piangere” durante le feste di Natale e quindi mi sento un po’ confortato dalle illuminanti riflessioni dello scrittore albese. So che a differenza di me, mio figlio, pur in questo momento così difficile dell’economia, ha a disposizione i potenti mezzi della tecnologia. Ha un iphone, un ipad. E interconnesso attraverso i social network con amici in tutta Italia che non ha mai visto. Non ruba i giornaletti porno come facevo io alla vecchina dell’edicola sotto casa, ma trova tutto su siti web specializzati. E io, genitore, con molta discrezione gli faccio sempre trovare, direttamente nella sua stanza, i fazzoletti scottex. Quelli morbidi. Insomma chi sta meglio di lui. Se poi deve fare una ricerca a scuola, ammesso che sappia cosa cercare, su Wikipedia trova tutto. Male che va, non può sbagliare peggio di quanto non facciano i suoi compagni. Wikipedia una è.

Viviamo a Milano. Io sono un dirigente d’azienda. Mi posso permettere di mandarlo nelle migliori scuole della città. Voglio il meglio per lui. E quindi cosa ci può essere di meglio per il suo futuro se non iscriverlo al Liceo Classico o Scientifico più “in” della città?

Il mio ragionamento, mentre me lo racconto seduto al gabinetto, mi sembra non fare una piega. Torno a letto e ne parlo con la mamma. Che ne conviene. Insomma sono tranquillo. Eppure un tarlo mi consuma. La mia parte bastian contraria non si cala il ragionamento. Mi sento troppo uguale ai miei colleghi, quelli con cui chiacchiero in fila a Linate nella corsia preferenziale Alitalia. Mi pare di rivedermi troppo nello schema preordinato dei miei vicini di posto nel salottino Frecciarossa.
Mi giro e mi rigiro nel letto. Le lenzuola sono le più chic in assoluto, giuro, ma sudo perché il tarlo mi rode. Mi rialzo e torno in bagno. E mi guardo allo specchio. Mi vedo diverso. Mi rivedo con dentro all’occhio quella fiamma, quella di Tana delle Tigri, quell’agonismo che avevo quando ero venuto a Milano la prima volta per studiare. Quando cercavo di battere sempre la strada diversa dagli altri. Quando se a un esame all’Università girava una soluzione, a costo di sbagliare cercavo di fare di testa mia. Testardo e pieno di sicumera ero. Come posso conformarmi adesso.

In fondo se da decenni le classi dirigenti del paese sono così inadeguate alle sfide di oggi, non sarà anche perché i meccanismi di cooptazione, che si sono instaurati, finiscono con il prelevare i nuovi protagonisti sempre dagli stessi posti. Intanto che sono di fronte allo specchio mi controllo i denti, le gengive e a furia di smuovere le mandibole devo meccanicamente sollecitare qualche sinapsi da tempo imbolsita. E mi torna alla mente un fatto che avevo letto nella cronaca di Milano.

Proprio in uno degli istituti superiori più “in” pare che ci sia la percentuale più alta di studenti che fuma spinelli, il numero più alto di gravidanze indesiderate. Da un lato mi incupisco, dall’altro sento che mi sta tornando a circolare il sangue. E il sangue al cervello oltre all’ossigeno mi proietta sullo specchio l’immagine del nonno. Di quando lui dalle pieghe delle rughe mi ammoniva: “Ricordati, a mangiatura vascia è la ruvina!” ovvero – l’animale abituato a trovare la biada in una mangiatoia comoda finisce con l’impigrirsi. Stavo finalmente mettendo a fuoco il problema.

Altro che Liceo “in” privato, a mio figlio, sicuro, lo mando a studiare in un istituto pubblico. Possibilmente fuori Milano. Perché no, lo mando al paese, là dove ho fatto la scuola io. Al pomeriggio quale minchia di rientri. Niente deve fare. Di fronte al mare come facevo io se ne deve stare. A pensare.
Esco dal bagno e mi metto seduto in salone. Apro l’ipad e su twitter trovo il tweet di Matteo Renzi: “Vedo che il mio amico @RenzoRosso fa sul serio. Questo è un settore in cui aumenteranno posti di lavoro… pic.twitter.com/1jGRHs3w4L” – leggo l’articolo allegato e scopro che La Diesel, nota marca di abbigliamento casual, ha deciso di entrare nel settore del food, manco a dirlo bio. Non ho dubbi, mio figlio all’agrario lo debbo iscrivere. Possibile che siamo il paese con la più profonda cultura enogastronomica del mondo e però quando si tratta di cercare consulenze professionali nel campo dell’agronomia, dell’enologia dobbiamo reperirle tutte all’estero. E più ci penso e più mi convinco. L’altra sera peraltro a Virus da Nicola Porro c’era ospite Cremonini, dominus della Cremonini che fattura 3 Mld di Euro all’anno macellando vitelli. Cremonini che, manco a dirlo, è perito agrario anche lui.

Sono convinto, sì. Lo sono ma avere qualche buon esempio di periti agrari di successo è importante per l’occhio sociale. Chissà perché in un paese che all’estero chiamano Eataly anziché Italy, se uno si iscrive al perito agrario è considerato uno che non ha voglia di studiare. Questo ancora proprio non lo riesco a capire.

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