Quella capacità tutta italiana di non fare “rete”. Che vuol dire internazionalizzare? A che serve fare prodotti di qualità se ce li teniamo solo tra di noi?

Vedere la pizza, la pasta, certi tentativi mal riusciti di “non Nutella” spalmabili, non vi fanno venire nostalgia di Italia appena fuori dai confini?

Allora, ero a Parigi con altri cinque amici, dieci anni fa, in un indimenticabile viaggio pazzo iniziato sotto la pioggia in pieno agosto per le vie del…cimitero, eh sì l’itinerario ahimè citava la tomba di Jim Morrison e giù di lì; ricordo “l’ultima cena”: la cena prima di tornare in Italia, a un ristorante dove “loro” non hanno resistito e proprio agli sgoccioli hanno ceduto al richiamo della pasta. Aiuto. Tre strati ben identificati erano ciò che ci presentavano come penne panna e salmone. Esattamente strati, tre in questo ordine: pasta scolata, sopra cui lo spruzzo concentrato di un tubetto di panna, e magnificamente sdraiato sopra un pezzo di salmone affumicato.

Il primo viaggio non “accompagnati”, senza scolaresca e prof, senza genitori, reduci giusto dalle gite di istruzione con le mezze pensione un po’ mediocri cui però ci preparavamo con la messa in valigia di un rimedio infallibile: la nutella! contro attacchi notturni di fame. Immancabilmente era tra i primi oggetti che portavo con me ricordo le gite per imparare la lingua in Inghilterra cinque anni prima, dove non se ne poteva più di …patatine fritte nella mensa del college, e ricordo io che la estraevo dalla valigia poggiandola con gli altri compagni di scuola su uno dei carrelli in aeroporto, su del Pan Carrè. Sì perché anche i “non luoghi” non scherzano quanto a proposte poco accattivanti di cibo, e penso all’Expò 2015 sull’alimentazione che si terrà qui da noi, se il primo incontro con la cucina italiana è quella che i visitatori avranno attraverso gli spostamenti, abbiamo perso un’altra occasione di “educazione alimentare”.

Torniamo alle vacanze di Natale dove in Italia cenoni imperavano, tavolate spesso ricche oltre misura pur in tempi di crisi, e dall’altra parte del mondo non solo come sappiamo vi era “la fame”, tema talmente delicato che preferisco non trattare in questo articolo un po’ ironico, da tante altre parti del mondo il nostro cibo, di qualità, di eccezionale lavorazione, di perfetta coltivazione, di migliori proprietà e di certificate materie prime, piene di bollini igp, dop ….non sbarcavano il lunario, non “vanno in vacanza” e soprattutto: “non solo non le trovi tu quando vai all’estero, non le consumano gli abitanti quando tu torni al lavoro, in Italia dove infatti i consumi e la domanda non è sufficiente a tenere in piedi una economia industrializzata”.

 Perché dico ciò?

Se un Paese tanto tanto italiano come l’Argentina, che ha quartieri interi di emigrati italiani, che ha almeno un nonno italiano in tutti gli alberi genealogici, tanto vicino per radici, dico se nemmeno in Argentina che potrebbero conoscere le nostre tradizioni culinarie, le nostre terre, arrivano i nostri prodotti, in modo massiccio, nei supermercati, nei punti di ristoro, come crediamo di poter mettere a rendita la qualità del nostro Paese?

Sono solita parlare di cultura, di luoghi del sapere, anche se per educazione familiare e origini agricole molto forti, dovrei poter con competenza saper raccontare i nostri luoghi del sapore.

Sono solita parlare di luoghi meravigliosi di attrazione del nostro Paese come monumenti, opere artistiche, e non è che nel 2014 dimentico i miei temi cari compreso la “scuola e l’università”, è solo che un altro tassello di cui mi occupo da anni, “il lavoro”, mi fa raccontare con rabbia un altro pezzo di bellezze e bontà della stessa Italia: che non diffonde i suoi prodotti all’estero in maniera capillare e in ottica di rete, con una regia pubblica.

Resto convinta che l’Italia è come uno studente che sa tante cose ma davanti un compito pratico è bloccato. Bocciato, come nelle indagini Ocse Pisa i nostri quindicenni.

Cioè l’Italia sa di avere prodotti di eccellenza. L’Italia sa che servono ministeri, enti di promozione e tutela. L’Italia sa ma l’Italia non fa. Costituisce consigli di amministrazione, si perde nei meandri di “come lottizzarli”, nella rotazione delle cariche di Presidente, nei distingui tra funzioni, nel separare i settori di competenza, alla fine gli esempi concreti che abbiamo sotto gli occhi sarebbero meglio di indagini di mercato, meglio di studi di settore, meglio di convegnistica  e ricerca, perché le nostre esperienze sono ricche tanto o più di quelle dei veri ambasciatori. La verità è che i nostri dirigenti spesso sono tanti don Abbondio: “forti con i deboli, deboli con i forti”.

 

Non sono pessimista, non lo sono stata per i primi trent’anni, non vorrei diventarlo a inizio nuovo anno, nemmeno troppo il realismo mi ha mai soddisfatto perché serve un “Sogno Italiano” per vedere oltre l’ovvio, oltre il difficile quasi impossibile.

 

Ma quel che serve per rilanciare alla grande il nostro Paese è che quello che per noi è piccolo, bello, buono, diventi bello, buono ma per tutti. Noi siamo tendenzialmente elitari. Sì. Siamo elitari. Facciamo prodotti buoni elitari. Siamo grandi nelle cose elitarie. L’Italia è il tartufo, non è la pasta. Una cosa rara, piccola, costosa, per pochi esperti o benestanti, ma l’Italia gestisce malissimo le file, come sappiamo, quindi in larga scala si perde, non sa conciliare qualità dei suoi prodotti con richieste da mercato mondiale. È una scelta mi si dirà. Ok, sappiate che è una scelta senza aver mai osato verificare se possiamo invece aver bisogno ed essere all’altezza di reggerne un’altra, più diffusa, più democratica, più accessibile, più generosa perché le nostre cose siano esse buone da tavola siano esse belle da visitare non sono solo “cose nostre”, altrimenti l’Italia col suo cappuccino, la sua pasta in mille forme, i suoi fritti regionali, è la mafia, sì quella del sono “cosa nostra”. Perché in Germania, in Francia, in Argentina non dovrebbero poter mangiare secondo nostre ricette, quasi un “non ne hanno diritto”. Perché un cittadino giapponese deve subire di trovare il Colosseo chiuso? Perché il Colosseo è “cosa nostra”. Ma siamo sicuri che funziona così?

Mettiamo che il loro governo votasse per aperture maggiori, significa che se il Colosseo fosse per motivi storici edificato in Giappone noi potremmo visitarlo h24? Quindi vediamo con questo esempio provocatorio e spinto che le scelte italiane di politica apparentemente interna condizionano un intero pianeta.

Rimandiamo l’approfondimento nella seconda parte dell’articolo.

Intanto vi invito a pensare, se l’Italia fosse stata una super potenza al posto dell’hamburger cosa avremmo trovato nel mondo?

 

 

 

 

 

 

 

 

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