Un falco? No, una “colomba di acciaio” ha scritto Fiamma Nirenstein in un suo editoriale sul Giornale per ricordare Ariel Sharon a poche ore dalla sua scomparsa, dopo un coma durato otto anni. In una conversazione con Formiche.net la giornalista, scrittrice e deputata del Pdl, firma del Giornale e autrice di diversi libri – tra i quali l’ultimo, nel 2008, intitolato “Israele siamo noi” per Rizzoli -, analizza l’eredità che Sharon lascia al suo popolo e i motivi pregnanti delle sue scelte politiche.

Perché ha definito Sharon “colomba d’acciaio”?
Perché non si è mai caratterizzato per azioni feroci o aggressive che gli sono state attribuite, ma semplicemente erano legate alla necessità di fondo tipica di tutto il mondo israeliano: dover garantire a questo popolo così piccolo ed emarginato nell’ambito mediorientale prima di tutto la vita e poi una vita nella sicurezza. Questo è stato Sharon, uno che non dava mai retta a nessuno, che però si inventava soluzioni e le perseguiva.

Come pesare le gravi accuse che gli hanno rivolto nel tempo?
Lo hanno accusato per i massacri di Sabra e Shatila e per un un atteggiamento apertamente ostile nei confronti dei palestinesi. In realtà sono accuse legate al fatto che quest’uomo era profondamente determinato a difendere il suo popolo. Proprio l’esempio di Sabra e Shatila era una questione che lo toccava molto marginalmente, ma il mondo arabo seguita ad epitetarlo come macellaio: come se fosse stato lui a compiere la strage purtroppo accaduta nel 1982, con i 750 palestinesi che persero la vita. Vennero orribilmente macellati da cristiani maroniti, in quanto vi era una vendetta in corso con i palestinesi.

Sharon fu assolto per quella vicenda…
Infatti fu il Time ad essere condannato quando accusò Sharon di aver saputo che all’interno di quel campo si stava consumando una strage. Non si sa esattamente quali fossero le informazioni che lui avesse in quel momento, se complete o meno. Diciamo che in ogni caso non c’erano e non ci sono gli elementi per le accuse spaventose che gli sono state rivolte.

Anche l’accusa in occasione della camminata sulla spianata delle moschee rientra in questo quadro?
Lo accusarono, con quel gesto, di aver dato fuoco alla seconda intifada. La realtà è che quella passeggiata era stata preceduta da un accordo con i palestinesi e poi una quantità di leader palestinesi aveva tra l’altro anche dichiarato che la seconda intifada era avvenuta già da tempo. Credo sia utile ricordare un altro aspetto molto importante: quel luogo tanto caro ai musulmani di cui ho il massimo rispetto, è altrettanto significativo per gli ebrei in quanto lì sorgeva il secondo tempio. Forse fu una mossa politicamente imprudente, ma certamente né aggressiva né condannabile. E ancora, dopo la seconda intifada diede avvio ad un’azione per mettere fine agli attacchi terroristici: un atto duro che chiuse una serie infinita di episodi per cui né un bar né un ristorante erano più considerati luoghi sicuri.

Le reazioni furono durissime…
E’ chiaro che chi la subì se ne lamentò, ma quando Sharon divenne primo ministro il suo gesto più importante fu quello di consegnare la Striscia di Gaza ai palestinesi, portando via di lì quelli che erano i suoi sostenitori di sempre. Addirittura se ne andò dal partito che aveva fondato, il Likud, per crearne un altro, il Kadima, portando fino in fondo un’azione di pace che fu molto costosa.

Quale immagine, da inviata, ricorda con più effetto di quei momenti?
Vidi trascinare via ad uno ad uno tutti coloro che erano stati suoi sostenitori e che ormai lo odiavano. Lui ha pagato un prezzo altissimo che credo gli sia costato anche la salute. Era un uomo particolare, un grande innamorato della campagna, molto legato alla famiglia. L’ho intervistato in molteplici occasioni e serbo il ricordo di una personalità molto affascinante.

Quale la sua eredità politica?
Un’eredità incomparabile, ovvero l’unità del popolo nelle questioni della guerra e della pace. Sharon è stato l’uno e l’altro: un guerriero e un pacificatore. Penso sia utile avere sempre presente il suo senso comunitario, e mi riferisco a tutti, destra e sinistra. Era in grado di unire in sé la forza ma al contempo anche la prontezza a cedere il territorio. Ho avuto la sensazione che questa enorme discussione sulla sua figura, che ha riproposto insieme il tema della sicurezza e quello della rinuncia territoriale, possa tornare ad essere utile in questa nuova fase di colloqui, anche con un’influenza sul governo. Ma occorre che i palestinesi compiano un passo avanti, riconoscano finalmente l’esistenza di uno stato ebraico: cosa che fino ad oggi hanno sempre rifiutato di fare.

twitter@FDepalo

Condividi tramite