A Renzi spetta ora il compito di fare un governo forte, di cui abbia il totale controllo. Senza cedere neanche un posto a pseudo alleati dalla poltrona facile. Spetta il compito di dare un segnale al Parlamento, deve far capire subito che non starà al gioco tutto democratico fatto di inerzia e di tattica parlamentare che ha dato a questo paese anni a anni di morfina. Quella democrazia buona sola per farcire chiacchiere e convegni orchestrati dai soloni che hanno fatto di questo paese un set da fiction storica priva di qualunque slancio verso il futuro.

Dato che a Palazzo Chigi è arrivato forzando la mano, esattamente come tutti gli altri premier che l’hanno preceduto, fatta eccezione per Silvio Berlusconi, l’unico legittimato dal popolo, a riprova di come siamo combinati, l’unica via, per legittimarsi, è la via dei fatti. E, dunque, non gli resta che mettere mano alla riforma delle riforme. Deve procedere e realizzare l’enfiteusi di quel groviglio di interessi che è il sistema bancocentrico del capitalismo italiano.
Va smembrato quell’aggrovigliato e confuso sistema pubblico e privato che ha generato i mostri mitologici del malato capitalismo nostrano quello di Alitalia, di Telecom, dell’Ilva, e di Finmeccanica. Siccome le facce contano, ecco Renzi dovrebbe attaccare alla parete di fronte al letto della sua camera da letto la fotografia di Matteo Colaninno per ricordarsi, tutte le mattine, quando si alza che deve evitare di somigliare anche lontanamente a quel genere di individuo. Che conferma che quello che va rottamata non è una vecchia classe dirigente ma un vecchio modo di concepire le classi dirigenti, indipendentemente dall’anagrafe.

Nel 1950 La Pira scrisse “Le attese della povera gente”. Una sorta di manifesto programmatico di matrice cristiano sociale, che costituì il propellente per i governi che si alternarono negli anni dell’immediato dopoguerra. Anni e una politica, quelli, che ricordiamo con rammarico perché quella politica fu capace di portare l’Italia in pochi decenni a essere uno dei paesi più industrializzati. Ma, allora, i soldi venivano dall’America e furono tanti. E dopo gli anni 80, quando i bigliettoni verdi finirono, la politica che pensava di essere nel giusto continuò per quella via facendo cambiali sulla testa dei propri figli che erano sul divano del soggiorno a guardare Goldrake e Mazinga ignari che i problemi non sarebbero venuti da Vega ma da Bruxelles.
Oggi soldi non ce ne sono. Per niente, manco un picciolo. E cambiali non se ne possono più fare per siamo un paese protestato. Quindi bisogna prendere, diventare tutti un po’ supereroi e sconfiggere quei mostri mitologici di cui parlavo prima. Quell’impalcatura del capitalismo di stato, autoreferenziale, che negli anni, avendo una concezione del mercato fatta di faccendieri e di buone parole messe dagli amici degli amici, non ha più le competenze e l’abitudine a lottare in un mondo che nel frattempo si è complicato e globalizzato. A Renzi il compito di spaccare le radici delle mangrovie per trasformare il sistema da foresta quanto meno in un bosco, pericoloso e insidioso quanto si vuole, nel quale però con un po’ di coraggio le nuove generazioni di Semola, con un po’ di sana intraprendenza, possono provare a trovare il proprio futuro magari con l’aiuto di qualche vecchietto sia esso Merlino o Anacleto.
Renzi fino ad adesso non ha sbagliato un colpo. E questo è un segno. Gli Italiani quelli veri, non quelle icone della pubblica opinione dalle frangette pronte a cambiare lato con cui prendere il vento e a tingersi ora grifondoro, domani sempreverde con un battimano, hanno storto un po’ il muso per come è andato a Palazzo Chigi. Ma sono disposti a provarlo e lo giudicheranno sui fatti. Perché, in fondo a questo paese il decisionismo piace. Perché in fondo “almeno i treni arrivavano puntuali” e “almeno si potevano lasciare le porte aperte”. Il paese è questo. Modesto e di scarsa memoria. Di cattive letture. E i treni, per giunta, oggi se ne stanno accasciati su di un fianco come le navi da crociera. E le porte possono starsene aperte perché c’è veramente poco da proteggere. Gli italiani vogliono tornare ad avere potere d’acquisto. Molti vogliono solo essere messi nelle condizioni di lavorare, anche sodo. Sono stufi di un paese in cui pochi latifondisti della finanza controllano aziende e quindi buona parte del mercato del lavoro gravando, attraverso i sussidi, sulla fiscalità generale.
Quando a Ragusa la Gulf trovò il petrolio, i vecchi alla sera rimanevano a lungo a guardare le fiamme sopra i pozzi. Le fissavano con sopra le ginocchia i loro nipoti che non avevano visto la guerra e non avevano patito le loro stesse sofferenze. Perché il fuoco, certo è immagine pre-logica in cui rimaniamo tutti ipnotizzati, ma quel fuoco voleva dire specie se la fiamma era alta e impettita la garanzia di un pozzo ricco e gravido di oro nero. In quel fuoco ardeva la speranza di un riscatto, di un futuro migliore proprio per i propri nipoti.
Ma se invece la fiamma era tutta tremolante e bassa, ecco il vecchio sapeva che quel pozzo non era altro che una maccaluba. Ovvero uno sfogo momentaneo del sottosuolo, metaforicamente lo sfogo della pancia della società che in questo modo liberava la sua rabbia per poi tornarsene disillusa e arrendevole in un soporifero stato di pre-morte.

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