Sono tra quelli che hanno avuto e hanno fiducia in Matteo Renzi, ma, nonostante l’età più che matura, ho metabolizzato la sua impazienza e ora gli chiedo rapidità e concretezza, senza perdere troppo tempo con la settimana riforma del mercato del lavoro...

Mi chiedo e chiedo al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, se sia proprio necessario mettere in campo la settima riforma del mercato del lavoro, dopo le sei che si sono susseguite dal 1997 (Treu).

E’ giusto porsi l’obiettivo di dar vita a un codice del lavoro, ma ci si può lavorare impegnando tranquillamente qualche mese di tempo. Il tempo, però, non c’è per dare una risposta hic et nunc ai disoccupati.

L’obiettivo lo si può raggiungere con immediate correzioni in 5 punti della legge Fornero:

1) ampliando l’acausalità nei contratti a termine e in somministrazione;

2) riducendo i rapporti di lavoro parasubordinati, in modo tale da restringere al massimo il ricorso agli stessi per le prestazioni meramente esecutive (segreteria, accoglienza, pulizie ecc.);

3) regolando in maniera meno cervellotica le prestazioni a partita IVA;

4) ripristinando l’art. 13 del DLgs 276/2003, che consentiva l’assunzione dei lavoratori svantaggiati con un sottoinquadramento di due livelli o una riduzione retributiva di pari importo, e riportando in vita la procedura di monitoraggio e controllo elaborata da Italia lavoro, Agenzia strumentale del Ministero del lavoro;

5) semplificando l’apprendistato per la parte relativa alla formazione trasversale e consentendo il completamento del percorso formativo non solo nell’ambito di una sola azienda, ma, fermo restando l’assunzione a tempo indeterminato e la conferma delle medesime mansioni oggetto del piano formativo, anche con il distacco presso aziende similari per tecnologie e processi produttivi;

Di questi cinque punti solo uno, il quinto, comporta costi per lo Stato; gli altri costano zero; il quarto potrebbe essere finanche incentivato, a risultato occupazionale conseguito e documentato, nell’ambito di quel programma europeo Garanzia giovani che stenta a partire e che, per come è congegnato, rischia di tradursi in stage e tirocini, paradigmi della più bieca precarietà.

Affrontata l’urgenza, piuttosto che immaginare contratti unici a stabilità crescente, che entrerebbero in concorrenza diretta con l’apprendistato, il governo si dedichi a ridefinire il sistema di protezione sociale, rivedendo l’ASPI e collegandola in maniera inequivocabile a un sistema di politica attiva del lavoro, che sostenga il reddito, ma impegni la responsabilità dei singoli e delle imprese sulla linea dell’acquisizione di competenze professionali, di cui c’è estrema necessità.

Tra l’altro, si eviti una buona volta di sottoporre i sussidi elargiti dalla Stato o dagli Enti bilaterali al prelievo fiscale del 20%; è davvero indecente che in un Paese tanto tollerante verso gli evasori fiscali si tolga letteralmente il pane di bocca a chi non ha i mezzi per vivere.

Insomma, lasciamo perdere il Jobs Act e parliamo di lavoro subito e possibile; ci capiamo meglio e forse davvero in una settimana si potrà fare qualcosa di utile.

Sono tra quelli che hanno avuto e hanno fiducia in Matteo Renzi, ma, nonostante l’età più che matura, ho metabolizzato la sua impazienza e ora gli chiedo rapidità e concretezza.

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