Colmare i ritardi in Brasile. Puntare su altre economie emergenti, come l’Africa e l’India. Realizzare finalmente la rete fissa di nuova generazione con un ruolo della Cassa depositi e prestiti, anche acquistando Metroweb. Ma niente vendita delle torri.

Ecco i progetti di Franco Lombardi, ingegnere, già dirigente di Telecom, ora presidente di Asati, l’associazione dei piccoli azionisti del gruppo telefonico. Lombardi si candida nella lista per il cda di Telecom presentata dalla Findim della famiglia Fossati, per l’assemblea del 16 aprile, in antitesi con quella della finanziaria Telco, che candida alla presidenza Giuseppe Recchi e come l’ad l’attuale capo azienda Marco Patuano. Mentre nella lista sostenuta da Fossati svetta il nome di Vito Gamberale.

Ecco la conversazione di Formiche.net con Franco Lombardi.

Ingegnere, quali sono le differenze reali tra la vostra idea di Telecom e i progetti di Telco?

In Italia, innanzitutto un maggior investimento sulla rete fissa perché costituisce l’asset più rilevante del gruppo che genera oltre il 70% dei flussi di cassa operativi e deve essere protetto. Gli investimenti presentati dal piano dell’attuale management sono insufficienti. L’Italia ha bisogno di un balzo in avanti nell’infrastruttura di rete fissa e se Telecom non fosse in grado di realizzarla sicuramente potrebbero nascere progetti di infrastrutture alternative. Un piano accelerato di sviluppo dell’FTTC e di predisposizione alla successiva fare FTTH consentirebbe invece di rendere inutili piani alternativi e di mantenere nel perimetro aziendale un motore di crescita e di redditività.

Avete idee solo sulla rete fissa?

No, auspichiamo anche una maggiore spinta verso il consolidamento del mercato mobile. È ormai evidente che uno scenario a 3 operatori è un’opzione necessaria per ripristinare una decorosa redditività a fronte degli investimenti necessari per adeguare le reti (LTE ma poi LTE advanced e a breve 5G) e per frenare la caduta dei prezzi. Inoltre puntiano su una maggiore enfasi sui servizi digitali. Credo che i ricavi da accesso resteranno per molto tempo la principale componente del business degli operatori ma la composizione di sposterà sulla capacità di associare all’accesso servizi digitali (cloud, video, identità digitale, sicurezza per i clienti consumer).

Che cosa proponete sul Brasile?

Di recuperare a tappe forzate lo svantaggio nei confronti dei competitor. Oggi Tim ha due grandi gap nei confronti degli altri operatori: Il primo è quello infrastrutturale in cui si rilevano ritardi sia in termini di coperture di rete sia in termini di prestazioni sui servizi dati.

E come si fa a colmare i ritardi?

Aumentando la copertura e le prestazioni delle reti 3G e 4G e acquisendo nuove frequenze. Il secondo è quello di perimetro: Tim è l’unico operatore puro mobile in Brasile e questo è sicuramente un problema a fronte dei tassi di crescita attesi nella banda larga fissa (oltre l’8% annuo) e della necessità di disporre di un’offerta convergente. L’integrazione con GVT consentirebbe di recuperare immediatamente questi svantaggi. Tra l’altro la sinergia con GVT sarebbe massima perché Tim potrebbe vendere i servizi del fisso e GVT quelli del mobile.

Come intendete dividere il gruppo? In tre, è vero? E perché?

È una delle possibili opzioni. Di sicuro la creazione di una struttura dedicata per gestire la rete fissa è decisiva per far convergere risorse finanziarie e asset di rete in un unico soggetto in grado di far fronte agli investimenti necessari per sviluppare la NGN italiana. La sua organizzazione in entità autonoma sarebbe anche cruciale per assicurare la piena equivalenza di input che porterebbe ad un miglioramento dello condizioni regolatorie.

Quali e quanti investimenti sono necessari?

Secondo le nostre valutazioni in Italia occorrerebbero dai 3 ai 4 miliardi di investimenti aggiuntivi rispetto ai piani aziendali da realizzare entro i prossimi cinque anni per una rete di nuova generazione con prestazioni adeguate a quelle degli altri Paesi europei ed in linea con gli obiettivi dell’agenda digitale europea.
 In Brasile dovrebbero essere accelerati gli investimenti relativi al potenziamento della rete mobile 3G e 4G e TIM dovrebbe assicurarsi una porzione rilevante di spettro nella prossima gara per le frequenze a 700 MHz. Credo che gli investimenti aggiuntivi rispetto ai piani aziendali potrebbero essere dell’ordine di 1 miliardo di euro.
 Per quanto riguarda le opzioni di consolidamento del mercato mobile italiano e dell’eventuale integrazione con GVT si tratta di operazioni di M&A e quindi non è possibile fare alcuna valutazione senza aver prima delineato la struttura delle operazioni.

E come pensate di raccogliere tutte queste risorse finanziarie per gli investimenti?

Con queste azioni: apertura a capitali pazienti, compresa CDP che investirebbe solo nella rete nazionale come nel suo dna, fondi pensione; magari con emissioni anche di obbligazioni, ove necessari per finanziare operazioni straordinarie (GVT in Brasile o consolidamento mobile domestico); maggiore selettività negli investimenti in entrambi i mercati.

Ma come si fa a realizzare davvero la rete di nuova generazione? Acquistando anche Metroweb?

Perché no? A patto che il prezzo sia giusto. È importante che in Italia ci sia una rete di nuova generazione con prestazioni analoghe a quelle degli altri Paesi europei ed è cruciale per telecom mantenere il controllo di tale infrastruttura. Ogni iniziativa che punta a fare sinergia in un business così capital intensive è salutare.
 Dal punto di vista tecnico l’attuale approccio che punta sull’architettura FTTC è corretto. È necessario accelerare la penetrazione e predisporsi alla successiva fase dello sviluppo FTTH. Il 100 Mbps sarà entro pochi anni uno standard se continueranno a crescere i dispositivi di connessione di rete, i contenuti digitali e il cloud.

Che ruolo deve avere la Cdp secondo i vostri piani?

Entrare con una partecipazione di minoranza in una società a controllo di Telecom Italia i cui investimenti andrebbero solo nelle reti fisse italiane promuovendo così non solo l’interesse di tutto il Paese visto l’apporto al PIL delle reti a larga banda ma rendendo possibile il raggiungimento degli obiettivi dell’agenda digitale Europea.

Che cosa manca ancora per permettere a Telecom Italia di iniziare uno nuovo percorso di sviluppo?

Telecom Italia oggi è presente anche all’estero ma solo con Tim Brasil. Analogamente come fatto negli anni ’80 e ’90 nei Paesi dell’America Latina che poi videro il successo di TI Argentina, Tim Brasil, in Bolivia, in Cile, e in altre parti del mondo, occorrerebbe ripercorrere la storia del passato e iniziare con nuovi incubatori, delle nuove start up con investimenti limitati in Africa e in India dove la telefonia fissa e soprattutto mobile sono fortemente in ritardo e in parziale sviluppo.

Un ultimo aspetto: che cosa pensa della annunciata vendita delle torri?

Personalmente sono contrario e le spiego il motivo. Nelle gestioni precedenti 2000-2006 è stato venduto da TI uno dei più grandi patrimoni immobiliari del Paese per oltre 7 milioni di MQ, tra edifici uso uffici, edifici sedi di centrali telefoniche, edifici posti in aree pregiate del centro delle principali citta’ Italiane. In particolare gli edifici sedi delle centrali telefoniche – vendita di circa 1.400 centrali che prese il nome di “progetto magnum” – erano un bene strumentale dell’azienda. La loro vendita creò un effetto negativo e avrà conseguenze ancora sui bilanci di TI negli anni a venire. Quegli edifici furono venduti e riaffitati a prezzi fuori mercato e alcuni contratti furono fatti per periodi temporali troppo limitati.

Il passato è passato, veniamo all’oggi.

Oggi quando sento che dopo aver venduto quasi tutto, oltre 30 partecipate all’estero, Hansenet, Argentina, Loquendo rimanendo solo Tim Brasil, sono preoccupato. Se invece si vendono gli immobili con una gara al migliore offerente partendo da una base minima di asta che è il valore attuale di mercato, si riaffittano al vecchio proprietario a canoni standard del 4% massimo, si fanno contratti di affitto ventennali, la manutenzione non è net lease a carico dell’affittuario. Insomma questa volta non permetteremo una nuova potenziale svendita di un asset strumentale. Credo però che il nuovo cda interpreterà correttamente queste mie preoccupazioni consapevoli e indipendenti per la difesa di tutti gli azionisti.

Condividi tramite